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P. Brioni, donarsi con amore e gratuità

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Cosa sappiamo dei saveriani originari del territorio di Cremona? Questo mese ospitiamo la testimonianza di p. Luigi Brioni di Villanova di Rivarolo del Re (CR), classe 1938, missionario in Sierra Leone.

Com’è nata la tua vocazione missionaria?
cr Marinoni Paola e Claudio con Brioni LuigiMia mamma morì di tubercolosi nel 1943, quando avevo solo cinque anni. Ormai orfano ed in circostanze difficili, tra la guerra e la miseria generale, mio zio, don Luigi Brioni, fratello di papà, non esitò a prendermi in casa sua a Cremona, dove aveva già “adottato” mia cugina Gianna. Lui era assistente alla cattedrale con il famoso Circolo del Silvio Pellico. Al termine della guerra, seguii lo Zio a Commessaggio, dove ha lavorato otto anni con grande impegno pastorale. Fu in quegli anni, probabilmente i più definitivi della mia vita, che sentii l'inconfondibile desiderio di diventare presbitero come lui. Andai quindi in seminario nel 1949, ad undici anni, in prima media. Forse, non ero il seminarista modello, ma sia a scuola che nella formazione rimanevo, direi, a galla, meravigliandomi non poco quando qualcuno dei miei compagni decideva di lasciare il seminario. Mi chiedevo, ma cosa c’è di meglio fuori? Poi, nel 1953, mio zio divenne pure il mio Rettore, come facevo a non comportarmi da buon seminarista?

Come hanno reagito i tuoi familiari?
In seminario, già dalle medie, mi ero interessato volentieri alle missioni. Missionari da terre lontane venivano spesso a trovarci e a raccontarci delle chiese che stavano sorgendo in ogni parte del mondo. Poi avevamo in seminario un efficiente Circolo Missionario, che organizzava varie attività formative e finanziarie. In seconda liceo volevo quindi aggiungermi anch’io ad una società missionaria, ma lo zio mi persuase di finire prima la terza liceo con la maturità interna. Alla fine del 1957, lo zio mi lasciò partire con queste testuali parole: “… ed io spero di non pentirmi mai del mio permesso e tu della tua decisione!”. Quando presi il coraggio di dire a mio Padre della mia partenza missionaria, si mise a piangere come un bambino. E non sapevo neppure cosa dirgli per consolarlo.
Entrai dunque nel noviziato saveriano di San Pietro in Vincoli in settembre di quell’anno con i miei due compagni di classe, Carlo Lucini e Sandro Parmiggiani. Insieme ai nostri familiari, arrivammo con un pulmino in noviziato, accolti paternamente dall’allora maestro dei novizi, p. Giovanni Gazza. E che festa ci fece! Una festa che aiutò moltissimo i nostri cari a spezzare ogni dubbio per la nostra scelta e a rendere saveriane anche le nostre famiglie!

Perché i saveriani?
Il motivo principale non fu altro che quella di averne conosciuti parecchi, sia a Commessaggio, quando venivano per la raccolta del frumento nei sacchetti “Pane per i missionari”, come in seminario, dove venivano spesso quelli di e da Cremona, tra cui anche il Superiore Generale, p. Giovanni Castelli, che fu amico e collega di prefettato con mio zio.
Quello però che i saveriani non mi dissero chiaramente, o che io non capii bene, era che la Pia Società aveva anche i voti religiosi, incluso quello di povertà. Per cui, mi trovai subito in noviziato senza neppure una lira. Un aspetto, all’inizio, non facile da vivere. Ma, col senno di poi, i voti, voluti e spiegati dal Fondatore, diventarono una delle grazie più evidenti della mia saverianità.

Cosa ricordi della tua formazione?
Dopo otto anni di seminario, con un’ottima formazione liturgica ed intellettuale, ma un po’ fredda e burocratica, l’accoglienza cordiale in noviziato fu favolosa da parte del Maestro e divenne l’inizio di una nuova vita vissuta come famiglia, fratelli insieme per il Vangelo agli estremi confini della terra. Uno dei segni più evidenti di questa fraternità erano i pasti, con le portate ed il vino non più misurati come in seminario, ma lasciati alla discrezione, o fame e sete, dei singoli novizi. E, mi sembrava, c’era tra noi un grande senso di famiglia e di reciproca appartenenza. Tant’è vero che, dopo alcune lettere ai nostri compagni di seminario sulle belle esperienze di vita saveriana, il Vescovo mandò una lettera al Maestro proibendoci di scrivere ancora in seminario! Che tempi!
Uno dei giorni più veri della mia vocazione fu senz’altro quella della mia prima professione saveriana, il 15 settembre 1958, nelle mani di p. Castelli, Superiore Generale ed alla presenza di mio zio, papà ed anche dei miei cinque compagni di classe in seminario. Ero così emozionato nella lettura della mia professione, che a male pena riuscii a firmarla. E poi vedere a tavola mio zio ed il Superiore Generale che se la godevano di cuore, raccontandosi i giorni insieme di seminario, fu per me una gioia grandissima.

Chi è stato importante per te?
Arrivai alla Casa Madre di Parma, rinnovata di altri tre piani, per la teologia. Eravamo in più di cento studenti, con una varietà di provenienze e di carattere facilmente immaginabile. Ma c’era una gran senso di famiglia e di allegria. Un saveriano, che forse più di tutti i formatori d’allora mi è sempre rimasto nel cuore, fu p. Amato Dagnino, direttore e maestro spirituale. Non era un adone di bellezza, ma aveva un’anima sensibilissima, una profonda sapienza biblica, ed un grande amore paterno e fraterno per tutti. Non potrò mai dimenticare un suo suggerimento: “Se un tuo confratello ti chiede in prestito la macchina da scrivere e sai che probabilmente te la rovinerà, dagliela ugualmente e con amore”. E così, quasi sempre, ho cercato di fare anche nella mia vita, senza essermi mai pentito.

La tua esperienza missionaria…
Quante altre cose avrei da raccontare! Mi limito ad alcuni accenni. Fui ordinato presbitero da mons. Battaglierin, vescovo di Khulna, allora nel Pakistan Orientale. Il 15 ottobre 1961, ancora 23enne, per speciale permesso della Santa Sede, alla presenza sia del Generale Castelli che di mio zio, Abate Mitrato di Casalmaggiore. Poi, al Padre Generale, che gentilmente mi chiese se avessi qualche preferenza per le missioni, gli dissi solo che ero interessato ad imparare l’inglese. E così fu, perché con il mio compagno p. Pio Pasini, arrivammo a New York sulla Leonardo da Vinci nel settembre del 1962. Il volo in aereo allora costava molto di più! Rimasi negli USA per quasi 6 anni, ad Holliston e a San Jose, in California, dove pure conseguii la laurea in storia. Anni belli, soprattutto per l’apertura mentale degli americani, la loro schiettezza cordiale e l’amicizia sincera di non poche persone, che continua ancor oggi dopo più di 50 anni!

Hai un episodio in particolare…
Finisco questi miei primi trent’anni con un piccolo episodio, ma per me indimenticabile. Il superiore dei saveriani in USA, dopo il Natale del 1962, aveva deciso di mandare p. Pasini e me al collegio di S. Michele in Vermont, per due mesi intensi di inglese. Fu un’esperienza di totale immersione nella cultura americana, non senza qualche piccola sorpresa. Un giorno, il responsabile degli studenti e nostro ci chiese se quella sera volessimo partecipare alla danza degli studenti, ragazzi e ragazze. Non potevamo rifiutare, anche se in Italia il ballo era ancora considerato quasi peccato mortale. Ma era un prete che ci invitava. Andiamo alla serata con il collare e con uno strano sentimento di incertezza. Siamo lì in piedi tutti e tre che guardiamo le coppiette abbracciate e danzare. Una di loro si avvicina a noi e ci saluta con un sorriso che mai dimenticherò. Come poteva esserci del male, in quei due ragazzi? Finalmente, toccavo quella gloriosa libertà dei figli di Dio, che già San Paolo ci aveva ricordato duemila anni prima…
Sull’esperienza in Sierra Leone, vi rimando a una prossima puntata, ma qualcosa ho già raccontato anche nei mesi ed anni passati.



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