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Cari amici di “Missionari Saveriani”, dicono che la grandezza di un arbitro di calcio stia nel passare inosservato durante la partita; se l’attenzione del pubblico è più attratta non dal gioco ma dall’arbitro, significa che la sua direzione di gara comincia a fare acqua. Questo è ciò che sta succedendo alla Sierra Leone, piccolo stato dell’Africa occidentale, nel quale vivo ormai da 22 anni.

Negli anni ‘90 la nazione appariva sulle cronache dei giornali e telegiornali a causa della guerra. Dal 2002 fino a giugno 2014 non se ne è più parlato. Adesso è riapparsa a causa di un’epidemia, l’ebola, per la quale non si hanno ancora né vaccini né cure efficaci. A fine luglio, il presidente Ernest Koroma ha dichiarato lo stato d’emergenza anche perché l’associazione “medici senza frontiere” ha diffuso la notizia che la malattia era ormai fuori controllo.

Cos’è successo?

Quando la Sierra Leone, come l’arbitro di calcio, finisce sotto i riflettori è un brutto segno. Ma che cosa è successo durante il periodo che va dal 2002 al 2014, quando la nazione era tornata nell’oblio?

Dopo le distruzioni provocate dalla guerra, durata undici anni, e grazie a un clima di pace e a una democrazia stabile, anche se giovane, molti sono tornati a investire: cinesi, russi, indiani, inglesi e altri hanno investito nell’impresa mineraria, per estrarre oro, ferro, coltan, diamanti e minerali preziosi dei quali è ricco il suolo di questa piccola nazione. Sono stati aperti anche impianti bio-fuel in grande quantità.

Gli investimenti hanno dato lavoro a tanta gente e denaro al governo per costruire strade, portare luce e acqua nelle città principali. È stato introdotto anche internet, grazie alle fibre ottiche. Un grande sforzo è stato fatto per costruire scuole - elementari e superiori - e ambulatori nei villaggi più lontani.

La gente e noi saveriani

Se queste strutture pubbliche danno l’impressione di un veloce sviluppo e offrono benessere a una parte della popolazione, è anche vero che la vita​della maggioranza della gente continua come prima. I giovani non trovano lavoro e le zone lontane dai centri non usufruiscono dei servizi basilari: cliniche, strade decenti, acqua potabile, corrente elettrica. La via intrapresa è quella giusta, anche se ci vorrà del tempo perché tutti ne possano beneficiare.

Anche la fisionomia della comunità saveriana è cambiata. Adesso, nella diocesi di Makeni, abbiamo la responsabilità diretta solo di quattro parrocchie perché il personale missionario, a causa dell’età avanzata e di qualche acciacco, si è ridotto drasticamente. Ci siamo però arricchiti in internazionalità: i missionari non sono solo italiani, ma a noi si sono aggiunti confratelli provenienti da Filippine, Indonesia, Messico e Congo.

A Makeni, nella parrocchia “San Guido Conforti”

Io ho lasciato la parrocchia “Martiri dell’Uganda” di Kabala; mi è stato chiesto, infatti, di lavorare in una parrocchia alla periferia di Makeni, dedicata al nostro fondatore San Guido Conforti. Padre Patrick, proveniente dalle Filippine, lavora con me nella stessa parrocchia. Siamo arrivati entrambi a gennaio 2014 e il nostro sforzo consiste nell’inserirci gradualmente in questa nuova realtà.

Partecipiamo alle attività dei vari gruppi, osserviamo, ascoltiamo e, almeno per ora, seguiamo i piani pastorali preparati da altri missionari che qui hanno lavorato.

Dopo un po’ di riposo nella parrocchia di Sant’Eufemia, non lontano da Brescia, sono tornato in Sierra Leone il 7 settembre. Se non ci sono sorprese con il virus ebola, vi prometto che manderò presto ulteriori notizie.



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