Nella palude di Kinshasa, Congo RD
Come farei senza il loro aiuto?
Da oltre due anni vivo nella missione di san Bernardo, alla periferia di Kinshasa, capitale del Congo. Al tempo di Mobutu, questa era una zona industriale. In alto, c'erano le industrie; in basso, nella zona paludosa, c'era un progetto agricolo cinese con i campi coltivati a riso. Qualcuno è riuscito a imbrogliare le carte e a farsi dare il terreno. I cinesi si sono ritrovati senza terra da un giorno all'altro.
Le baracche nel fango
La zona è vicina alla città, l'unica che era ancora libera. Perciò è stata occupata da impiegati, che volevano recarsi al lavoro senza viaggiare troppo. Ma nel 1992, in seguito ai saccheggi, molte fabbriche sono state occupate dagli sfollati. Con la guerra, poi, il problema si è acuito. Tanti hanno costruito baracche sui muri di cinta delle fabbriche; altri si sono fatti le case nei terreni vicini. È sorto un quartiere popoloso, senza un piano.
I cinesi avevano fatto costruire i canali e una diga. Finché questi hanno tenuto, il quartiere era asciutto. Ma poi, nella zona paludosa del quartiere sono iniziate le inondazioni. Molti si sono rifugiati nelle fabbriche in alto, rimaste vuote, o a ridosso dei muri. I più poveri hanno occupato le case e le capanne abbandonate nella palude, pur di avere un tetto. In due anni abbiamo lavorato molto per alzare la strada e rinforzare gli argini. Stiamo sensibilizzando la gente per creare i canali che permettano il deflusso delle acque piovane.
Un fiume di gente va e viene
Nel quartiere convivono alcune famiglie di ceto medio-basso e una gran massa di gente che fa fatica a tirare avanti. Molta gente vive con piccoli espedienti attorno alle fabbriche, nei mercati, con qualche lavoro artigianale... Abbiamo incoraggiato la gente a coltivare un orticello. A coloro che si impegnano, diamo un premio in granturco. La cosa sta avendo successo.
Potete immaginare quanti bambini sono sulla strada, tutto il giorno. Mattino e sera si vede una grande massa di gente in movimento. Praticamente, tutti gli adulti escono al mattino verso la città e rientrano alla sera. Lasciano la famiglia in mano ai figli più grandi, ma anche questi a volte vanno a zonzo o fanno una piccola attività di vendita fuori casa. A sera la gente torna a casa stanca. Eppure, molti vengono in missione per l'incontro o la preghiera.
Tanti laici si danno da fare
La parrocchia è divisa in dieci comunità di base. Ciascuna gestisce la vita cristiana nella zona: la preghiera e l'insegnamento; l'assistenza ai poveri e la cura dei malati. Le attività in parrocchia sono moltissime. Ci sono una quindicina di commissioni che organizzano le attività: la carità e lo sviluppo; la liturgia e la catechesi; la formazione dei laici e la preparazione al matrimonio; l'educazione cristiana nelle scuole e la gioventù; i mass media e l'ecumenismo; la gestione economica della parrocchia... Abbiamo anche una commissione “giustizia e pace” che aiuta nei conflitti sociali. L'ultimo gruppo nato sono gli “amici della prigione”.
I presidenti delle commissioni formano il consiglio parrocchiale. Il loro sostegno e il loro lavoro sono indispensabili. Insomma, è una cosa che entusiasma. È vero, bisogna stimolarli perché lavorino. Ma se non ci fossero loro non saprei come tirare avanti. Credo che in Italia una partecipazione di laici così attiva ancora non esista.
Due grandi avvenimenti
Nella missione mi aiutano due saveriani. Padre Rolando Trevisan si occupa del “gruppo vocazioni”. La sua profonda spiritualità ha colpito i nostri cristiani. Quest'anno per la prima volta, due giovani di Kinshasa sono entrati nel seminario saveriano a Bukavu. La chiesa congolese si prepara a inviare missionari nel mondo. È un grande avvenimento!
Padre Pier Agostinis segue il gruppo dei giovani e ha molto da fare come economo del noviziato e per sistemare visti e passaporti dei missionari. Vivendo nella capitale, dobbiamo fare questo servizio ai confratelli che vivono nella zona orientale del Paese.







