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Nel carcere di Bukavu, La Messa d’oro e i neonati gemelli

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Padre Luigi Stevanin, saveriano di San Bonifacio (Verona), da dieci anni è cappellano del carcere di Bukavu. Si è fatto un nome tra le migliaia di amici che hanno soggiornato in questo posto indesiderabile. Quest'anno festeggia il cinquantesimo del suo sacerdozio. È stato ordinato, infatti, il 22 marzo 1958.

Dopo 38 anni di vita missionaria in Congo, parla italiano ancora con l'accento veneto e gioisce quando può esprimersi in questo suo dolce linguaggio materno, con vocaboli degli anni cinquanta, ormai in disuso tra la gente veneta del terzo millennio. Semplice, calmo, accogliente e dal cuore buono, p. Luigi sdrammatizza, rallegra chi l'ascolta, scherza benevolmente sul modo di agire e sui limiti dei suoi "protetti".

Domenica 3 febbraio, sto terminando la celebrazione dell'Eucaristia in un salone della prigione di Bukavu con più di un centinaio di fedeli detenuti, quando arriva alle 9,30 la scossa di terremoto di circa venti secondi. Tutto trema, i calcinacci si staccano, la candela sul tavolo della celebrazione cade a terra... Velocissimi i due detenuti "chierichetti" precipitano su di me: con una mano mi coprono e con l'altra mi trascinano fuori, in salvo all'aperto...

I gemelli della vedova

L'altra domenica, durante la Messa sempre al carcere di Bukavu, sento il rullo di tamburi e grida di gioia venire dal "reparto donne". In cuor mio mi lamentavo, perché quel baccano disturbava la nostra preghiera... Ma forse il Signore era di un altro pensiero, perché quel rumore era una festa di ringraziamento a Dio: una detenuta aveva dato alla luce due gemelli.

Il giorno dopo, la madre dei due bebè torna in prigione e viene subito da me a batter cassa. Deve pagare l'ospedale dove ha partorito e comprare il necessario per i nuovi arrivati. Il colmo è stato quando io ho chiesto: "Il padre dei bambini non potrebbe completare la sua parte?". I presenti mi rispondono: "Ma lei è vedova!". Non sto lì a verificare. Do il necessario per aiutare la mamma nel suo dovere di provvedere ai due neonati.

La settimana dopo mi scrive una lettera di... ringraziamento. Cosa rara! Alla fine mi chiede di aiutarla per tornare a casa con i suoi gemelli. Comincio le pratiche per accontentarla e spero che presto possa tornare a casa sua.

C'è posto per tutti...

Al reparto femminile del carcere di Bukavu, ci sono 16 donne e 10 bambini dai tre anni in giù. Nel reparto uomini, ci sono più di 500 detenuti, metà militari e metà civili. Questo miscuglio di ..."mentalità" non rende certo facile la vita! Per di più, il governo dà solo qualche sacco di farina e di fagioli una volta al mese. Ma non bastano. Per fortuna c'è la Caritas che rimedia con altri viveri. E poi ci sono i vari gruppi parrocchiali della città che visitano i detenuti, pregano con loro e portano qualcosa da mettere nello stomaco.

Il carcere, un edificio vecchio e trascurato, è stato costruito per 250 detenuti, mentre oggi sono il doppio. Lo spazio è limitato, i servizi sono poco igienici, l'acqua a volte manca e la cucina è affidata ai detenuti stessi. Anche qui esiste una piccola mafia. Ecco come funziona: chi può, paga il lusso di avere un letto, un materasso, una coperta in un piccolo dormitorio per 15 detenuti. E chi non ha niente? Passa le notti su una semplice stuoia, in dormitori per centinaia di persone.



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