Missione famiglia: Scacciare via i poveri
di: Mario ed Egle Sberna.
Un ritornello torna frequente nelle nostre città e paesi: "Cacceremo gli accattoni dai semafori, dalle strade, dai campi nomadi". E per alcuni giorni, vigili e vigilanti vengono impegnati - tra gli applausi di votanti concittadini, anche cristiani - a togliere dagli sguardi i questuanti molesti, mentre i politici invitano a donare le offerte ad alpini, parroci, enti vari...
Non sono d'accordo: la carità - quella vera - ignora e critica le strutture, le istituzioni e gli apparati burocratici.
Nella parabola del Buon Samaritano, sono proprio i rappresentanti delle istituzioni, anche religiose, ad uscirne con le ossa rotte; mentre è la compassione del singolo, il farsi carico delle sofferenze altrui per alleviarle e rimuoverle, che funge da metro di giudizio per la nostra vita.
La carità sa che ognuno è responsabile di tutti.
E non basta dare una mano; dobbiamo dare la mano: scendere dai nostri scranni e sporcarci le mani e i piedi con i crocifissi della storia. Come fanno i missionari. Perché una fede che non sa sporcarsi le mani e i piedi, non è una fede seria. Dobbiamo essere operatori di giustizia, non spettatori. Questo significa un impegno personale non rinviabile per scardinare le emarginazioni volute e le diseguaglianze accettate, che fomentano violenza e miseria. E tanta indifferenza.
L'indifferenza, che chiamavamo "accidia", è una brutta bestia: delega ad altri il proprio impegno personale. Ma dobbiamo liberarci dalla certezza che - gettando ogni tanto un denaro (o trenta denari) nella cassetta della Caritas o dell'Unicef - abbiamo fatto abbastanza per il povero, mentre non abbiamo neppure fatto quanto richiede la giustizia più elementare. Relegando nel sonno profondo la propria coscienza e la capacità di discernere e di fare le scelte giuste.
Così formiamo una società di singoli egoismi, e non persone orientate al bene comune dell'unico corpo, come san Paolo disegna nella lettera ai corinzi. Credo che questi cittadini, amministratori e politici sbaglino bersaglio: il singolo accattone al semaforo è probabilmente l'unico che non ruba, anche se nuoce all'arredo urbano. E non si va al semaforo come si va al centro commerciale; né si vive in una baraccopoli come fosse un quartiere residenziale. L'accattonaggio, come la prostituzione, non sono un puro fatto economico, che risponde alle leggi di mercato, come la domanda e l'offerta.
In verità, basta conoscere direttamente alcune situazioni per salvarle tutte: basta che vi sia un solo giusto, un solo bisognoso tra gli accattoni ai semafori; basta che solo una ragazzina sulle nostre strade sia stata costretta a vendere il proprio corpo; basta che uno solo di quei bambini abbia proprio fame..., per giustificare l'abbandono momentaneo della nostra comodità e abbassare quel maledetto finestrino dell'indifferenza!
Si dice: non date soldi ai bambini ai semafori perché si alimenta l'ingiustizia. Ma quei bambini affamati e le loro mamme ai semafori ci dicono una cosa molto semplice: "Mentre aspettiamo che realizziate uno Stato di giustizia, ci date per favore 50 centesimi oggi?". Banale: ho fame oggi, ho freddo oggi, sto male oggi. Che aspetti tu, oggi, a soccorrermi?
Noi non sappiamo come il Signore decida di passarci accanto e chiamarci.
Non mi stupirei se un domani venissi a sapere che era vestito di stracci e stava con uno spazzolone in mano davanti a un semaforo chiedendo di pulirmi il vetro. Non mi stupirei proprio. Perché Cristo non si è fermato a Eboli. Sta ogni giorno all'angolo delle nostre strade. Parliamo con lui, lì, al semaforo: saprà stupirci ancora una volta.








