Mi ha colpito il mal d'Africa
Padre Stefano Della Pietra, originario di Rigolato (Udine), dopo aver emesso la Professione Perpetua a Parma il 15 marzo 1998, è partito per il Congo ed ora è tornato tra i suoi cari per un mese di riposo. Gli abbiamo fatto qualche domanda.
La tua famiglia ha inciso nella tua scelta vocazionale?
Devo dire che se non ci fossero stati i miei genitori, oggi non mi troverei qui. Ho avuto un’educazione normale, con molte sgridate e disubbidienze. Ma i miei mi portavano a Messa e mi esortavano che andassi a servirla. Non dubito che senza questo esempio, oggi non sarei quello che sono.
Puoi fare un bilancio dei tre anni vissuti in Congo?
Mi è difficile fare un bilancio, perché all’estero resti sempre straniero. Il primo anno arrivi sì e no a imparare la lingua locale. Dopo incominci a guardarti attorno, ad adattarti, a conoscere la gente. Però per una conoscenza autentica ci vogliono ameno cinque o sei anni. Devo dire che sono rimasto colpito dalla loro umanità, accoglienza, solidarietà. I poveri che sono fuggiti dai loro villaggi, vengono presi in casa da altre famiglie e condividono con loro la loro misera mensa. Con me hanno mostrato umanità e pazienza. Dovevano ascoltare un forestiero che non conosceva bene la lingua, sentirlo ogni domenica alla Messa. Però ho trovato rapporti fraterni.
Ora le vocazioni vanno diminuendo sempre più. È il Signore che non chiama più o sono i giovani che non rispondono?
Il Signore chiama come prima, ma lascia libertà di accettare o meno. I giovani sono ammaliati da altri interessi. Basta osservare la domenica in chiesa. C’è solo gente anziana, e alcuni genitori che sono costretti ad accompagnare i loro figli, affinché partecipino. Certamente ci vorrebbe maggiore disponibilità sia da parte dei giovani che da quella degli anziani.
Che prospettive hai per il futuro?
Quando uno è stato in Africa, viene colpito – come si usa dire – dal "mal d’Africa" ed io non vedo l’ora di tornarci. Mi piacerebbe che la guerra fosse finita, perché la gente è stanca: con la guerra non può coltivare i campi, che sono l’unica fonte di sostentamento. L’anno scorso c’è stata una lunga siccità e la gente ha sofferto la fame. In Italia la "Giornata Missionaria Mondiale" è come una festa di famiglia, che non è solo quella della parrocchia ma anche della Chiesa del mondo. Preoccupiamoci di questa nostra famiglia, cerchiamo di non scialacquare e di vivere nella giustizia e nella pace. Questo è l’augurio: impegniamoci per questa nostra intera famiglia che è la Chiesa nel mondo.








