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Alessandro Galluzzi, della parrocchia di S. Bassiano a Pizzighettone, è seminarista a Cremona. Ha ricevuto l’ordine di accolitato, ma qui racconta di un bell’incontro. 

A metà gennaio, la comunità del seminario di Cremona, accompagnata da alcuni formatori, si è recata a Bozzolo per incontrare e conoscere p. Vittorio Bongiovanni, saveriano originario proprio di questo paese nel mantovano, e per molti anni missionario in Sierra Leone.

Padre Vittorio ha quasi 84 anni e ha visto la morte in faccia l’anno scorso, quando si è ammalato di tubercolosi in Africa ed è stato costretto a rientrare in Italia per le cure. Eppure, non ha perso un briciolo dell’entusiasmo di tanti anni fa per la missione e vorrebbe ritornare là, oltre il mare e il deserto, il prima possibile. Soprattutto, vuole tornare là per abbracciare il Padre eterno, circondato dall’affetto della sua gente.
Certo non sono mancati preoccupazioni e problemi. Nel 1999, venne rapito, o meglio seguì i ribelli in fuga dall’esercito dell’ONU per assistere i bambini soldato. Il tutto era iniziato ben 10 anni prima, quando i ribelli dal Sud si spostarono al Nord, arrivando anche nei territori della sua missione. 

Il vescovo gli chiese di restare, per affiancare i giovani in fuga dalla guerra: impegno gravoso e non esente da rischi. Ed è qui che racconta un fatto singolare: i ribelli, giunti nella sua città, scambiarono il tabernacolo della Cattedrale per una cassaforte e tentarono di romperlo, ma invano, rimettendoci pure la lama di un coltello. L’esercito dell’ONU, invece, con una piccola chiave riuscì ad aprirlo. Padre Vittorio sta attento a non usare il termine miracolo, però è ben conscio della potenza dell’Eucarestia e della grazia ricevuta nel non averla fatta preda di dissacrazione da parte dei ribelli.

Parla anche di carità, quando lui e alcuni giovani fuggitivi furono ospitati dal cardinal Sarah a Conakry, capitale della Guinea, e che successivamente gli permise di prendersi cura di 250 bambini soldato rientrato in Sierra Leone. I ribelli erano già stati in parte cacciati, ma alcuni restavano e si occupavano dei bambini soldato. Padre Vittorio chiese e ottenne il permesso dal vescovo di dedicarsi a loro. Toccò con mano l’orrore della guerra che cambia le menti e le persone, poiché i bambini non erano istruiti e non erano più abituati a giocare, ma solo ad esercitarsi per uccidere. Così li reintrodusse al gioco del calcio e offrì loro l’educazione scolastica, assieme a tre pasti al giorno. Nell’arco di 7 mesi, riuscì a liberarne 225: all’inizio, ammette, con il pericolo di essere scoperto dal capo del villaggio, visto che rispediva alcuni bambini a casa per malattia; poi ciò avvenne sempre più facilmente, anche con il tacito consenso dei soldati. I restanti 25 bambini, purtroppo, furono massacrati in prima linea nel corso di vari scontri. 

Ci racconta anche che la sua vocazione non è il martirio e non ha timore a dire di aver mentito talvolta per salvarsi la vita, come quando rifiutò di ripetere parole di critica contro la Rivoluzione al capo del villaggio. Eppure, quando gli puntarono la pistola alla testa per obbligarlo alla tortura di stare seduto sotto il sole, non si mosse e replicò che la sua vita era nel Signore, non nella pistola.

Oggi padre Vittorio si occupa della catechesi nella sua diocesi; ha studiato in Sud Africa un metodo che permette di evangelizzare anche gli anziani dei villaggi attraverso immagini molto semplici e familiari della loro cultura. Inoltre, prepara sussidi per i catechisti e libretti in preparazione ai sacramenti per i bambini. Alla fine, ci fa notare che in Italia abbiamo delle chiese bellissime e piene di capolavori dell’arte, ma ormai vuote, mentre là in Sierra Leone le chiese spesso sono capanne, ma sono piene di gente. E soprattutto, Dio è il centro della vita degli abitanti, dall’inizio fino alla fine. Tutto è degno di ringraziamento a Dio. E mentre lo racconta, i suoi occhi trasmettono questa luce divina a noi giovani.



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