Lo spigolo della mistica: il Cantico delle Beatitudini
Questa pagina di Vangelo, Matteo 5, ci porta sul Monte delle Beatitudini. Lo chiameremo il monte più celebre al mondo e il più esaltante. Se è vero, com’è verissimo, che le Beatitudini sono l’unica vera via, in assoluto, che conduce alla felicità "perfetta" e alla perfetta liberazione dalle schiavitù dell’avere-godere-potere, per quanto è possibile in questa vita.
Il Talmud dice che sul monte delle Beatitudini il vento stesso è talmente miracoloso che fa cadere dalle palme i datteri già maturi. Fatto sta che commentare le Beatitudini è un fiero martirio, perché, da questo sacro monte, davvero la sapienza trabocca come il Tigri nella stagione dei frutti nuovi, come l’Eufrate e il Giordano nei giorni della mietitura, come il Nilo e il Ghicon nei giorni della vendemmia.
Mi accontento di strapazzarne solo due: la Beatitudine dei Poveri e quella degli Afflitti.
La prima, che è quella fondamentale, mi offre la possibilità di gridare in faccia a tutte le creature che la loro unica salvezza è il loro Creatore, di cui hanno un assoluto e totale bisogno, come i pesci hanno bisogno assoluto dell’acqua e i polmoni dell’aria; di gridare che la creatura deve rendersi conto che è molto meglio morire di fame che morire di fede; di gridare che la creatura deve sentire fin nella carne il bisogno di Dio, il benessere psicofisico dello studiare-pensare-amare Dio: deve sentire fin nella carne la gioia-ricreazione-esultanza di tutto l’essere quando prega-adora-ringrazia il suo Dio.
La creatura deve sentire che, per lei, è una domenica sciagurata e persa quella in cui non ci si procura la suprema gioia di confortare quell’infermo, di consolare quell’afflitto.
Noi, cristiani "adulti", dobbiamo capire che "la" strada da battere per salvare il mondo della scuola e del lavoro, della povertà e della fame, è solo prima di tutto, l’amar Dio e il prossimo con "tutto" il cuore, con "tutte" le forze, con "tutta" l’anima: noi, "adulti", dobbiamo ben capire che dove non si sa Dio non si sa nulla; che la creatura, in ragione che si stacca dal Creatore si sbriciola e si disintegra.
"Beati gli afflitti", cioè coloro che hanno avuto grazia di capire le sacre parole di Gesù: "Chi vuole venire con me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua". L’accettazione della vita, così-come-ci- si-presenta, nella sua tremenda quotidianità, è "la" vera e "la" prima croce che il cristiano deve imparare a portare.
Quella stanchezza fisica nella corsia di un ospedale, o nei campi, o nella stalla, o nella monotonia delle azioni "ripetute" della casalinga, degli incidenti quotidiani e quei disturbi fisici-morali, sono un fiume amaro e mirabile di tribolazione, sono un vero martirio bianco, cui se manca l’intensità dello spasimo supplisce la continuità di tutta la vita.
Beati coloro che lo Spirito ha illuminati a saper portare questo prezioso cumulo di dolori in-con-per amore di Cristo che ha sudato-tribolato "come" noi e ci ha detto:
"Venite a me, voi tutti che siete tribolati e stanchi, e io vi conforterò. Il mio giogo è leggero, il mio peso è soave".







