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Papa Francesco, 86 anni, rallentato da un ginocchio dolorante, ha portato una carica di vita e di speranza al popolo congolese. Una visita sperata desiderata ed attesa dal papa e dal Congo RD.

“Togliete le vostre mani dalla Repubblica democratica del Congo, togliete le mani dall’Africa. Smettete di soffocare l’Africa: non è una miniera da sfruttare e nemmeno una terra da svaligiare”. Le parole forti di papa Francesco lanciate nei giardini del palazzo presidenziale a Kinshasa erano attese da oltre un anno. Per ragioni di salute, Francesco non aveva potuto realizzare il viaggio che prevedeva anche una sosta a Goma, la città dell’est del Paese minacciata dai ribelli dell’M23, milizie accusate di collaborare con il Ruanda per garantire lo sfruttamento delle risorse dell’est del Paese.

Una folla desiderosa di incontrarlo era disseminata lungo le strade della capitale, con la gente che sventolava bandiere, mamme che danzavano, allievi in divisa bianca e blu. Hanno formato un fiume umano dentro il quale Francesco ha ‘navigato’ per 25 chilometri circa prima di arrivare all’aeroporto di Ndolo. Questo popolo aspettava con ansia il riconoscimento di decenni di sofferenza, guerre, violenze e soprusi di ogni tipo.

La visita del pontefice ha toccato il cuore di un popolo ferito, desideroso di un futuro migliore. Nel discorso al palazzo della Nazione, il papa non risparmia le parole denunciando la corruzione che ha ridotto uno dei Paesi più ricchi del mondo alla nazione che occupa gli ultimi posti nella classifica dello sviluppo.
Ha celebrato la Messa con più di un milione di persone ed ha accolto in un momento carico di emozione la testimonianza raccapricciante delle vittime delle violenze di guerra. Alcuni sopravvissuti depongono coltelli e machete ai piedi del crocifisso. Il papa, commosso, può solo dire “grazie per questa testimonianza”.

La gioia scoppia alla vista della papa-mobile. Lo stadio dei martiri di Kinshasa è riempito di giovani e catechisti che accolgono il discorso delle “dita della mano”. Cinque dita… cinque consigli. Il pollice, il dito più vicino al cuore, quello della preghiera con la quale si vincono le paure e si affronta l’avvenire. L’indice, il dito che mostra le cose agli altri, è il dito della comunità. Nasce l’invito a fare le cose assieme, ad accogliere l’altro, ad andare oltre le differenze. Francesco invita tutti nello stadio a prendersi per mano, a sentire la forza della comunità e della fraternità. Il terzo dito, quello più alto gli altri, ci porta al valore dell’onestà, della lotta contro la corruzione. L’invito del papa ai giovani è forte: non lasciatevi vincere dal male, non cadete nella trappola del denaro. L’anulare, il quarto dito, quello delle alleanze, diventa un invito al perdono, senza il quale la strada verso la fraternità è interrotta. Ed infine il mignolo, il più piccolo, che ci invita ad essere consapevoli che il poco che posso fare attira lo sguardo di Dio. Non siamo mai poca cosa. L’importante non è darsi da fare per l’interesse personale, ma prendersi cura degli altri per mettersi al servizio.

“Non siete soli in questa avventura, tutta la Chiesa dispersa nel mondo vi sostiene”, dice Francesco ai giovani congolesi e a tutti noi. Le sue parole non sono solo per il Congo, un Paese dimenticato dai telegiornali, su cui i riflettori non orientano la loro luce. “Un genocidio dimenticato”, parole che trasformano questo viaggio in un messaggio forte per la comunità internazionale e per ogni uomo che si dice discepolo di Gesù Cristo.
Un incontro con il popolo congolese voluto e desiderato da Francesco, un viaggio faticoso, rischioso per il suo stato di salute. Un messaggio forte da accogliere, da non dimenticare e da rivisitare con azioni e scelte concrete.



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