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La viltà e il coraggio... recenti eventi, aldiquà e aldilà

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Sono stato invitato a un dibattito sul giornalismo missionario nel contesto della IV edizione dell'iniziativa "La buona notizia". Nel tendone di Montecavolo (RE), affollato da oltre 300 partecipanti - in maggioranza giovani - mi è stata posta la domanda: "Hai mai avuto paura a scrivere?". "Sì, ho avuto e ho tuttora paura". E ho dovuto spiegare.

La mia paura non è per me stesso, ma per gli altri. Paura che quello che io scrivo e pubblico possa implicare altre persone che non c'entrano niente, persone innocenti e inermi, contro cui potrebbe scatenarsi la rabbia dei violenti. Non posso né voglio offrire un pretesto alla pazzia di chi non ragiona, per attaccare e fare del male ai missionari che spendono la loro vita per il bene dell'umanità.

C'è modo e modo, infatti, di dare le notizie, pur senza rinunciare alla denuncia e al dovere della giustizia. Ma sarebbe una viltà da parte mia - che vivo al sicuro in una nazione democratica - ferire la tigre che ha sete di sangue umano, e che si sfogherà su persone innocenti a migliaia di chilometri da me.

La violenza è una viltà. Non è mai giustificabile, né dal punto di vista religioso né umano. Non c'è ragione né pretesto valido per ammetterla. Non è mai una soluzione; anzi, genera altra violenza in un corto-circuito mortifero a catena. La violenza cieca, poi, che si scatena su persone che non c'entrano niente, è una viltà diabolica, un attacco alle spalle inammissibile.

Viltà diabolica è anche quella di certe persone che - da lontano - colpiscono i sentimenti di altri, sapendo già che questi reagiranno. Girare filmati dozzinali o di pregio, disegnare vignette offensive per la fede altrui..., non appartiene alla vera libertà di stampa. Offendere non può rientrare tra i diritti ...democratici.

Il coraggio di reagire è sacrosanto. C'è voluto un bel coraggio - proprio nel mezzo di quei giorni roventi - salire sull'aereo e atterrare in Libano, nel cuore del Medioriente. È stato come affacciarsi alla gabbia dei leoni, entrare nella fornace ardente. Benedetto XVI l'ha fatto con alto senso di coraggio, umano e cristiano, civile e diplomatico. Qualunque altro "capo" avrebbe rimandato il viaggio in attesa di giorni migliori...

Invece, c'era proprio bisogno di gettare acqua sul fuoco della vile violenza e di ravvivare la fiaccola della coraggiosa speranza nella convivenza fraterna tra popoli e religioni, a servizio della pace e della giustizia. Voglia Dio rendere sincera e forte la mente dei responsabili governativi e dei rappresentanti religiosi, che hanno raccolto l'invito di papa Benedetto, sconfessando le manifestazioni di violenza e riaffermando i valori più autentici della fraternità universale.

"Ti amiamo!" - questo slogan, gridato insieme dai giovani cristiani e musulmani del Libano, Benedetto XVI se l'è meritato tutto! Ma tocca anche a noi rispondere e darci da fare.

Infatti, "l'inoperosità degli uomini dabbene non deve permettere al male di trionfare. E il non far nulla è ancora peggio!". Come non dargli ragione?



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