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Mercoledì scorso, mentre mi aggiravo nei meandri del mercato di Ardaf, alla ricerca di improbabili novità (qualche mango fuori stagione sarebbe andato benissimo, ma eravamo giustamente… fuori stagione!), mi avvicina il catechista di Dangabisi, uno dei villaggi masa della mia parrocchia missionaria a Yagoua, in Camerun.

Mi chiede se gentilmente, nel pomeriggio, posso fermarmi nel suo villaggio per vedere una donna che abita lì, vicino alla chiesetta della comunità.

Questa donna, ormai anziana, desidera venire alla missione, ma custodisce in casa sua il “feticcio” del fulmine di cui vorrebbe liberarsi.

La pietra calda da freddare

Tra la popolazione masa, infatti, quando cade un fulmine sulla casa o nel cortile, bisogna chiamare lo specialista che va a scavare alla ricerca della “pietra” che Dio manda giù con la folgore. Il signore in questione (ce ne sono in tutti i villaggi) è un “posseduto” da uno spirito particolare, che lo guida alla ricerca di questa pietra.

Dopo aver consultato il geomante, il “cerca-pietre” comincia il suo lavoro: fa il giro della casa e indica il punto dove scavare. Dopo aver scavato una bella buca, dice: “Siamo vicini, che caldo! Datemi dell’acqua per raffreddare la pietra; non si può toccare tanto è calda!”…, o altre frasi simili. E mentre gli altri vanno a cercare l’acqua, l’uomo tira fuori la pietra che si era portata dietro… e il gioco è fatto.

In genere, almeno nella nostra zona, si tratta di un macinello in granito, usato in tempi ormai lontani per macinare non si sa cosa: la gente ne ha perso il ricordo. Se ne trovano facilmente al bordo del fiume, nei luoghi anticamente abitati da popolazioni precedenti ai masa.

Una volta tirata fuori, la pietra è messa in un pentolino di terracotta, ci si fa sopra un sacrificio (in genere si sgozza un pollo o una capra, dipende dal vaticinio del geomante) e si piazza il tutto in un angolo del cortile. Da questo momento il capo-famiglia diventa responsabile di un sacrificio annuale alla pietra della folgore. Si dice, infatti, che all’approssimarsi delle piogge la pietra diventi “calda”, quindi bisogna “freddarla” con il sangue di una vittima affinché la famiglia resti in pace.

Questa è stata la mia prima volta…

Tutto questo lo conoscevo già, ma è la prima volta che mi si chiedeva di liberare una famiglia da questa presenza imbarazzante. L’anziana donna, che aveva ereditato il sacrificio alla morte del marito, mentre suo figlio maggiore si era rifiutato, si è detta stanca di tutto questo: “Nonostante i sacrifici offerti regolarmente, sono sempre malata; perciò ho deciso che ora voglio «fare la missione»!”.

Devo dire che mi sono prestato facilmente a dare una mano: da un lato perché questo fa parte della mia missione di prete; dall’altra per l’interesse come antropologo. Il pentolino e la pietra faranno parte del museo etnografico “Valle del Logone” che noi saveriani stiamo realizzando qui in Camerun.

Certo, il missionario che mi accolse nel 1985 e mi introdusse alla lingua e alla cultura dei masa, non sarebbe stato d’accordo con me. Per lui bisognava che l’annuncio del vangelo fosse “puro”, senza mescolanze di cose o riti tradizionali. Nella mia esperienza ho maturato una visione un po’ diversa, forse non condivisibile da tutti; ma io ci credo e ci tengo.

Fede cristiana e tradizioni etniche

Come evitare che la fede dei nostri cristiani sia contaminata in certa misura da sincretismi legati alle loro pratiche tradizionali? Se pensiamo anche alla nostra fede di italiani - e di sardi, in particolare, come io sono - si ritrovano ancora oggi pratiche che vengono da un passato pre-cristiano. Solo per fare un esempio, nel mio paesello d’origine (Tuili, in provincia di Cagliari) è ancora attiva la signora che cura il “malocchio”: la gente porta ancora a lei i cosiddetti “bambini presi”.

Leggendo il vangelo, vedo che Gesù non si è sottratto alle richieste della gente. Al suo tempo, molte malattie erano attribuite a spiriti, a demoni e cose del genere, in tutto simili alle credenze della gente di qui. E Gesù non ha avuto paura di intervenire; non protestava: “Ma cosa dite! Andate piuttosto dal medico a farvi curare, perché gli spiriti non esistono…!”.

Gesù liberava la gente dalle paure e dalle superstizioni.

Credo che anch’io debba fare lo stesso e avere pazienza: pian piano la gente crescerà. Già qualcuno, quando il figlio ha la malaria, lo porta all’ambulatorio, invece di accusare la vicina di casa di avergli “mangiato l’anima”. Ci vorrà tempo.

La benedizione con l’acqua santa

Pensando a tutte queste cose, mi sono fermato nel villaggio di Dangabisi, ho chiesto dove si trovava la donna e sono entrato nel cortile di casa. Chiamata dal figlio, la vecchia è uscita dalla capanna: stava a stento in piedi. Vicini curiosi sono arrivati. Ho chiesto dell’acqua in una zucca, ho fatto una benedizione e ho asperso pentolino e presenti.

I masa capiscono il valore dell’aspersione con l’acqua: nella loro tradizione è un mezzo per trovare la “sle’ta” (armonia-pace-tranquillità-benessere) quando si è persa. Spiego che Gesù è più forte del male e che Dio ora proteggerà la famiglia, meglio della pietra che era caduta dal cielo. Due cristiane del villaggio, presenti anche loro, cantano un inno religioso, mentre io prendo il pentolino con la pietra dentro e mi avvio verso la macchina per riprendere la via di casa.

Domenica ho trovato l’anziana donna a Messa. Mi ha detto di star bene, è contenta che abbia portato fuori di casa il suo “feticcio”, si sente già meglio. E anche suo figlio con la famiglia stanno bene.

Liberare le persone dalle loro paure non è forse la nostra missione? Credo proprio di sì. Gesù è venuto al mondo per questo.



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