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Erano i primi tempi della mia vita missionaria in Ciad, verso la fine del 1990. Un mattino, mentre uscivo dalla cucina dopo aver preso il primo caffè mattuttino, vedo della gente che entra nella chiesetta di Siyeké, dove abitavo: un villaggio a 7 chilometri da Bongor, capitale del popolo masa. Incuriosito mi avvicino e vedo il catechista che parla a un piccolo gruppo di persone; poi vedo che mette un rosario al polso di una donna vestita ai fianchi con un pezzo di tessuto (“pagne”) bianco, colore della morte.

Aspetto. Dopo un po’ se ne vanno e chiedo ad André, il catechista, cosa sia successo. Lo vedo un po’ imbarazzato, ma io l’incoraggio e pazientemente mi spiega.

Un rituale complesso per restare in vita

Per la popolazione masa il matrimonio con la prima moglie (secondo questa cultura il prestigio di un uomo dipende dal numero di mogli che ha) è indissolubile, anche dopo la morte di uno dei due congiunti.

Quindi quando un uomo muore, egli cercherà di portare con sé la vedova per stare uniti per sempre.

Per scongiurare questo, le vedove devono sottoporsi a un rito, chiamato dai Masa “mu’ diira” (che possiamo tradurre con “cambiamento di stato ontologico”). Per i tre giorni che dura la celebrazione della morte, la vedova deve stare sveglia nella sua capanna, aiutata da donne che hanno già vissuto questa stessa esperienza. Deve stare seduta, le gambe strette, perché il marito cercherà di venire per avere un rapporto con lei e così portarsela con sé.

Sulla soglia della capanna si mettono spine e si spalma il suolo con una materia scivolosa tratta da una pianta, in modo da impedire l’accesso all’anima del defunto. Una delle donne batte continuamente un oggetto di metallo sulla pietra della macina per tenere sveglia la neo vedova. Intanto fuori, per tre giorni e tre notti, gli abitanti del villaggio e altri che vengono da fuori cantano e danzano ininterrottamente.

Poi tutta la famiglia del defunto entra nel periodo di lutto, periodo in cui l’anima del defunto si aggira ancora attorno alla casa, per cui di notte nessuno deve uscire per paura di incontrarlo. Alla fine di questo periodo di lutto (che va da sei mesi a un anno), vengono celebrati i riti di fine lutto che devono far decidere l’anima del defunto ad andarsene definitivamente dal mondo dei vivi per raggiungere il mondo degli antenati.

Alla vedova resta un ultimo rito, cioè liberarsi dall’impurità della morte.

Per questo un giorno si reca al mercato e tocca, senza farsi notare, una persona che non conosce, in modo che la sua impurità venga trasmessa a questa persona.

Il senso cristiano della morte e del lutto

Questi i riti tradizionali. Il catechista mi spiega che ormai tanti, anche pagani, non vogliono più sottostare a questi rituali, e alcuni vengono a chiedere ai cristiani di seguire il loro rito, molto più semplice. Per questo quella mattina una vedova era venuta con i suoi famigliari a chiedere al catechista di sottoporsi a questo rito, che finora era stato fatto quasi di nascosto, pensando che forse il missionario non sarebbe stato d’accordo.

E invece io sono stato subito d’accordissimo. Solo ho chiesto ad André di trovarci e vedere insieme come far sì che questo rito sia compiuto meglio e con più profitto.

È infatti un’occasione molto importante per fare una catechesi sul significato della morte per i cristiani, sulla salvezza e la risurrezione.

Inoltre questo rito, insieme a quello della fine del lutto, celebrato dai cristiani con l’Eucarestia al fianco della tomba del defunto, è un chiaro esempio di come annuncio del vangelo e cultura possano incontrarsi e arricchirsi vicendevolmente.



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