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La disgrazia dell'eccidio: I fatti del 30 settembre 1995

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Padre Modesto è missionario in Burundi da quasi 40 anni. Aveva vissuto per qualche anno nella missione di Buyengero. All’epoca dei fatti, era superiore dei saveriani in Burundi.

Ore 18.30 del 30 settembre 1995. Tre militari armati salgono alla nuova missione di Buyengero, fondata cinque anni prima. Entrano senza bussare né avvertire. Fanno uscire dalle loro stanze padre Aldo Marchiol di Udine e padre Ottorino Maule di Gambellara (VI). Avevano già pregato i salmi del vespro. Nel breviario, infatti, avevano già spostato il segnale alle lodi mattutine del giorno dopo.

I militari fanno inginocchiare i due missionari e sparano brutalmente alla testa. Le tracce che restano sul muro del salone, ancora oggi a distanza di dieci anni, sono all'altezza di un metro. Catina Gubert di Fiera di Primiero, volontaria laica di 74 anni, era in cucina. Sostituiva il cuoco che aveva chiesto di andare a casa, quella sera. Allo scoppio degli spari, Catina si precipita nel salone. I soldati le sparano direttamente al petto. Colpiscono la crocetta posta su una foglia d'oro, che portava al collo. Lei può così avanzare qualche metro, ma la abbattono subito con un colpo alla testa. Crolla vicina ai due cadaveri dei missionari. Quella croce, come una preziosa reliquia del suo martirio, resta incorniciata a Cuneo, nella sede dell’associazione Lvia.

Un pesante clima di terrore

Foto pubblicata in MS, settembre 2005, pagina 5.Dopo il massacro, premeditato e preparato, i militari possono tranquillamente prendere quello che vogliono nella casa. Nessuno poté venire a vedere l'accaduto, perché vigeva un pesante clima di terrore. Solo il mattino dopo, suor Angelica, una delle suore della Misericordia che abitavano a un chilometro dalla missione, viene a vedere il macabro spettacolo. Disperata, va fino alla diocesi di Bururi per telefonare la terribile notizia al saveriano p. Sergio Marchetto, che a sua volta la comunica ai superiori in Italia.

Intanto la parrocchia era "protetta" dai militari, che erano stati gli autori del massacro, come abbiamo potuto accertare in seguito. La gente, sgomenta, era fuggita terrorizzata. La missione era il punto di sicurezza per loro. La gente sapeva: responsabili del massacro erano i militari; ma non poteva testimoniare, per paura di subire la stessa sorte. Ai funerali del 3 ottobre, c’erano i vescovi, moltissimi missionari, sacerdoti e suore di tante parti del Burundi e del Congo. Parteciparono anche il presidente della repubblica, il ministro della difesa e molti diplomatici. Vedendo un simile corteo, la gente si sentì rassicurata, venne e partecipò in massa. Vedemmo molte persone piangere. Un capo muratore esclamava: "Padre Ottorino è morto al nostro posto!".

C'è stata un'inchiesta, ma...

C'è stata un'inchiesta da parte delle autorità militari, grazie al fatto che il ministro della difesa era fratello di un sacerdote burundese don Sergio Kagajo. Infatti fu anche restituito un altoparlante che avevano portato via quella notte. I tre criminali furono imprigionati e poi rilasciati. Furono poi ripresi e rimessi in prigione. Infine fuggirono, i colleghi consenzienti.

Da parte dell’istituto saveriano non sembrò opportuno insistere sulla richiesta di giustizia. Nell'omelia del funerale avevo detto che i due missionari, in ginocchio, avevano perdonato. Ci è sembrato infatti di interpretare così i loro sentimenti.

Dalla gente si è saputo che alcuni notabili della zona avevano raccolto del denaro per pagare i militari sicari. Miravano soltanto su padre Ottorino, mentre padre Aldo e Catina sono stati uccisi per non avere testimoni. Ma anche quest’inchiesta è rimasta nel segreto dei cuori e presentata davanti al Signore, per non destare altri rancori e altre vendette incontrollabili.

Pochi giorni prima del dramma, una vedova tutsi era venuta da p. Ottorino per avvertirlo che volevano ucciderlo. Ma a lui era sembrata una mossa per destare paura e farlo partire. Infatti, aveva deciso apertamente di “restare con loro”.

Anche per la sepoltura, non abbiamo avuto esitazioni. Volevano restare in Burundi fino alla fine, come Cristo che aveva amato i suoi, e li amò fino alla fine. Fu scelto il posto della tomba: davanti al campanile, alla destra della chiesa nuova che p. Ottorino aveva fatto costruire con tante fatiche. Sull'arco che sovrasta la loro tomba, la scritta a grandi lettere annuncia: “Beati i costruttori di pace”. Perdono e pace infatti sono la loro eredità.

Perché li hanno uccisi? Sapevamo la verità

Foto pubblicata in MS, settembre 2005, pagina 5.Rileggendo gli avvenimenti post factum, alcuni sintomi potevano far sospettare una conclusione così atroce. Fra questi, uno ha maggiormente provocato la suscettibilità dei capi militari. È un fatto di quasi un anno prima, avvenuto nella notte fra il 13 e il 14 novembre 1994. Avevamo sentito degli spari, a tre riprese: all'una dopo mezzanotte, alle 5 e mezzo e poi più tardi nella mattinata. Dalle gente sapemmo che i militari avevano ucciso due giovani tutsi, figli di un militare della zona. Io stesso ero andato subito a informare il papà dei due giovani.

Due giorni dopo, la radio locale diffuse la versione “ufficiale”: “quella notte nel Buyengero, i guerriglieri avevano attaccato i militari facendosi scudo di due giovani tutsi. Nella sparatoria e nell’inseguimento, dall'una di notte fino al mattino, un militare era rimasto ferito e 17 guerriglieri erano stati uccisi”.

La nostra versione, basata su testimoni oculari, era diversa: i due giovani tutsi andavano al mercato a vendere le mucche, ma furono uccisi dai militari che solo al mattino si accorsero di aver ucciso due dei loro. Presi dal panico, decisero di simulare un attacco armato e un inseguimento. Di fatto, avevano preso alcune persone, le avevano rinchiuse nei bar e le avevano massacrate a colpi di bombe a mano e mitragliando per completare il disastro. Tredici le vittime, oltre ai due giovani, tutti civili innocenti. Sapemmo la verità perché due erano rimasti illesi sotto i cadaveri e poterono raccontare i fatti.

Abbiamo preparato tre pagine con i dettagli degli avvenimenti e abbiamo informato il nunzio, il vescovo e il ministro della difesa. Non potevamo tacere! Per questo, non ci hanno mai perdonato. Ma da quella data erano seguiti mesi di calma e ci sembrava che la bufera fosse passata. Invece, a sorpresa e a distanza di dieci mesi, arrivò la vendetta contro i missionari.



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