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Laica e martire: Catina, la “leonessa” del Trentino

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Ha realizzato in pieno il suo sogno

Ho avuto la gioia di conoscere Catina Gubert fin dal 1973, quando, già passati i 50 anni d’età, per la prima volta venne in Burundi assieme ad altri volontari laici dell’Lvia, un’associazione di Cuneo. Era appena passata la terribile bufera del genocidio del maggio 1972, che aveva fatto un massacro dimenticato di 250mila morti tra la gente più influente del Burundi, in grandissima parte dell’etnia hutu. Tra le vittime, anche 24 sacerdoti, di cui il più conosciuto era don Michel Kayoya, autore del libro “Sulle tracce di mio Padre”.

Catina aveva lavorato nel negozio di alimentari della sua famiglia. Aveva militato nell’azione cattolica di Fiera di Primiero (TN) nei tempi del fascismo, della guerra e del dopo guerra. Era un carattere focoso ed entusiasta, non sempre facile, perché non risparmiava le parole per dire quello che sentiva nel cuore.

Conquistata dall’Africa, fino a morire

Catina era rimasta conquistata dall’Africa e tornò varie volte in Burundi e in Tanzania, sempre in collaborazione con missionari italiani. Il suo “ultimo viaggio” doveva essere breve, nell’aprile 1994, per accompagnare un invio di materiale ospedaliero in Tanzania. Mi aveva scritto che sarebbe passata anche per una breve visita in Burundi, nella nuova parrocchia di Buyengero, dove allora mi trovavo. Ebbe qualche difficoltà per entrare in Burundi, perché proprio in quei giorni era stato ucciso il nuovo presidente. L’aereo nel quale viaggiava, assieme al presidente del Rwanda, era stato abbattuto, causando poi il secondo genocidio di cui tanto si è parlato.

La situazione che si era venuta a creare dopo lo scoppio della guerra civile, era drammatica; il lavoro immenso. Catina vide che aveva pane per i suoi denti e, senza esitazione, lasciò scadere il biglietto di ritorno e restò in Burundi, fino al martirio, il 30 settembre 1995. Potremmo dire che amò il Burundi, come Cristo, fino alla morte.

“Basta una stuoia, come la povera gente...”

Per Catina, il morire in Burundi fu come un sogno realizzato, come il coronamento di un ideale coltivato e crescente, di un amore che da tempo le bruciava dentro. Posso affermare questo sulla base di quanto lei aveva detto, nelle nostre frequenti conversazioni sull’argomento della guerra e sul rischio che si correva. Lei non esitava ad affermare questo desiderio di radicalità, quasi per incoraggiarci, assieme, a scegliere questo ideale come simbolo estremo di amore e donazione. Lo diceva con tanta spontaneità: “Se mi toccasse di restare vittima di questa guerra civile, a me piacerebbe restare qui. Basta una stuoia, come la povera gente. Costa molto, molto meno che il funerale in Italia!”.

Dopo un periodo fosco, pieno di nuvole nere e minacciose di confronto e di protesta aperta contro le ingiustizie di certi militari, seguì per un anno un periodo di relativa calma. L’attentato arrivò quando meno l’aspettavamo. I militari sicari eseguirono un complotto tramato a sangue freddo contro p. Ottorino Maule. Non cercavano affatto p. Aldo Marchiol né Catina Gubert. Loro furono uccisi solo perché non potessero essere testimoni. Nel momento dell’uccisione, alle ore 18.45, Catina era in cucina per riscaldare la cena, dato che il cuoco era andato a casa, quella sera. Se lei fosse rimasta nascosta o fosse fuggita, non l’avrebbero uccisa. Ma spontaneamente, dato il suo carattere battagliero, si precipitò nel salone e così condivise la stessa sorte dei due missionari fino in fondo.

Perché Dio non interviene?

Catina carissima, tu eri sempre disponibile per i poveri e per i malati. Ne curavi le piaghe, come quelle del piccolo Nkeshimana. Lo ricordi? Il bambino soffriva di epilessia. Era caduto sul fuoco riportando una forte ustione, tramutata in piaga alla gamba sinistra. Era rimasto a casa per tanti giorni, peggiorando la situazione. E tu lo tenesti in casa nostra per curarlo con tutti i medicinali possibili, non escluse le foglie di cavolo, che fecero miracoli. Nkeshimana significa, “lo debbo a Dio”. Lo deve anche a te, se è ancora vivo!

Cara Catina, tu eri disposta anche a dare la vita per la pace del Burundi. Quando parlavamo delle conseguenze terribili della guerra, ti usciva un grido; a volte dicevi che ti sembrava un peccato! Dicevi: “Ma perché il Signore non interviene? perché non impedisce?”. Le risposte che ti davamo, non ti sembravano sufficienti, e restavi sempre con quella domanda nel cuore. Ora la risposta l’hai avuta. Hai condiviso la risposta che Cristo stesso ha dato.

Hai pagato di persona con lui. Nel nome del Signore e di tanti altri, che sono morti con te per la pace del Burundi: Grazie, Catina!



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