La difficile poesia della foresta violata
Sulle piste dell’Amazzonia
Crispin è una località a una decina di chilometri da Altamira, lungo la Transamazzonica. È anche una comunità fedele e attiva. La visito ogni due mesi. Oggi ci fanno una sorpresa: la stagione delle piogge sta finendo, il pomeriggio è luminoso, il sole picchia forte.
La scuola, che serve anche da cappella, è coperta di eternit e alle cinque del pomeriggio assomiglia più a una sauna che ad un luogo di riunione. Arriviamo in ritardo, a causa di un guasto alla macchina: la comunità è già riunita: fuori, all’aperto. Hanno trasportato le sedie della scuola e alcuni banchi nello spiazzo accanto alla scuola, accuratamente ripulito e protetto dall'ombra.
La nostra Messa sarà all'aria libera. Un cielo nitido e infuocato sulla testa, lo splendido spettacolo delle piantagioni verdeggianti alla luce del giorno che sta finendo. Credo di non aver mai celebrato in una "chiesa" così splendida. Ma non riesco ad entusiasmarmi pienamente; da quando ho cominciato a lavorare qui in Amazzonia, un sospetto mi accompagna sempre: il dubbio che dietro a tanta bellezza, a così grande pace apparente, si nasconda un'altra realtà.
Una ventina d'anni fa, sono vissuto da queste parti. Allora la Transamazzonica era in costruzione, gli emigranti stavano arrivando, pieni di entusiasmo e di speranza. La foresta cominciava proprio lì, a cinquanta metri dalla strada. Non era raro che qualcuno si vedesse attraversare la strada dal giaguaro nero o passasse con la jeep su un serpente che attraversava la strada.
Il luminoso paesaggio che mi aiuta a celebrare con maggior fervore mi fa venire il sospetto che tanta bellezza non sia poi così bella e neppure totalmente innocente. La creazione, che fin da ragazzo mi hanno insegnato a vedere come “luogo di incontro con Dio", mi mostra il suo volto dissacrato. Il poetico panorama che si vede dall’alto di questa collina si rivela segnato dall’ingiustizia; recinti di filo spinato a perdita d’occhio solcano i campi come ferite e rivelano l'appropriazione indebita.
Questa gente è stata espulsa; queste storie di sopraffazione si nascondono dietro le placche (spesso con nomi di santi) che indicano proprietà privata; quanto sudore e sangue è stato sparso per abbattere la foresta, piantare, raccogliere. Cerco di concentrarmi sul gruppo di fedeli che sono venuti alla Messa. È un giorno di lavoro, ma un bel gruppo di uomini, donne e tanti bambini, hanno lasciato il loro lavoro e sono qui. Pazienti, cordiali, rispettosi.
È presente anche Luigi con sua moglie. Meglio vestiti, sono venuti in macchina. Hanno quella bella casa che si vede dall'altra parte della valle, circondata da pascoli, da campi coltivati a cacao e pepe; non mancano mai a Messa. Intraprendenti e con spigliatezza acquistata nei frequenti viaggi in città e contatti nella società urbana, sono sempre in prima fila per accogliere il sacerdote, mantengono l'amministrazione della cassa comunitaria, pretendono che il missionario sia ospite a casa loro, all'offertorio mettono nel cestino che passa tra le seggiole, un bigliettone che fa spicco in mezzo agli sgualciti biglietti di un cruzeiro degli altri fedeli.
Cristiano esemplare? Parla bene; conosce il Vangelo, legge meglio degli altri. Ma le terre che adesso sono di Luigi, qualche anno fa erano di decine di famiglie. Famiglie che io avevo visto arrivare dal Nord e dal Sud, cariche di speranza e di miseria. Avevano ricevuto un appezzamento di foresta. Con tenacia e una carica di sacrificio che non si può neppure immaginare, avevano aperto il cammino e formato i campi.
Quando incominciavano a raccogliere i primi frutti, si trovarono senza mercato. Altamira non assorbe molto; Belém, la capitale dello stato, è a settecento chilometri e le strade sono inagibili buona parte dell'anno. Luigi aveva un piccolo capitale; quando vedeva qualche famiglia in difficoltà per malattia o per la perdita della produzione, si "offriva" per comperare la terra (a prezzi infimi) o anticipava i soldi del raccolto. Insomma Luigi è diventato il padrone di Crispim e gli antichi contadini lavorano come braccianti per lui o sono andati a cercare fortuna altrove.
Alla fine della Messa, la sorella Aurea, con cui condividiamo il lavoro pastorale nelle comunità della zona rurale di Altamira, avvisa che prossimamente faremo un incontro con i maestri della regione, una trentina, la maggior parte giovani, con buona volontà, ma con una preparazione pedagogica praticamente nulla. Insieme vedremo il lavoro che stanno facendo e studieremo la possibilità di migliorarlo.
Questa creazione, che ho visto segnata dalla ingiustizia, dalla competitività, dallo sfruttamento, ha presenti in sé – come fragili sacramenti della lotta per il Regno - germogli di redenzione: un dispensario, un ponte costruito con il lavoro delle famiglie vicine. Sono sacramenti di libertà, che ricordano il passaggio del Signore che libera, unisce e dà forza al suo popolo.
È Natale: è il Signore che viene incontro al suo popolo, e lo vuole unito e felice come il Pastore di cui parla il Vangelo. Egli ci conosce e ci chiama per nome.








