L'icona della missione: Paolo, prigioniero del Signore
Nel sistema giuridico romano la prigionia non era una pena, ma una misura cautelare durante le indagini prima dei processi. Pene, ad esempio, erano la morte fisica o una morte sociale o l'esilio; oppure battiture e flagellazioni... Perciò, a Filippi, Paolo protesta e chiede che i magistrati gli presentino le scuse per averlo percosso senza processo (cf At 16,37-40).
Scrivendo ai cristiani di Corinto, l'apostolo afferma di essere stato battuto con le verghe tre volte (2 Cor 11,25). Si pensa che, quando scrive la lettera, Paolo sia stato da poco liberato da una carcerazione a Efeso. Luca non ne parla; riporta solo il tumulto degli orefici (At 19, 23-41). Paolo invece descrive quei momenti come particolarmente drammatici: "La tribolazione che ci è capitata in Asia [Efeso ne era la capitale] ci ha colpiti oltre misura, al di là delle nostre forze, sì da dubitare anche della vita. Abbiamo addirittura ricevuto la sentenza di morte per imparare a non porre fiducia in noi stessi, ma in Dio che risuscita i morti" (2 Cor 1,8-9).
È possibile anche che Paolo abbia scritto la lettera ai filippesi dalla prigione di Efeso, e che lì abbia incontrato Onesimo, lo schiavo fuggitivo che lo ha pregato di intercedere in suo favore presso il padrone Filemone.
Il grave rischio e i frutti inaspettati. Se nella seconda lettera ai corinti Paolo mette in evidenza soprattutto il rischio che ha corso e l'insegnamento che ne ha ricevuto, nella lettera ai filippesi egli offre un'interpretazione complementare, mette in evidenza soprattutto i frutti: il progresso del vangelo e l'avvicinarsi alla salvezza. Questi frutti sembrano nascere proprio dall'angoscia patita (Fil 1,12-25).
L'esperienza della prigione non era per nulla entusiasmante. Ma Paolo riesce a vedere che comunque, in modo umanamente paradossale, essa porta frutti. Quando vede se stesso bloccato, impossibilitato ad agire, allora scopre che c'è una forza misteriosa e irresistibile all'opera. Egli la vede presente nella Parola, la quale - quasi da sé - cresce, si diffonde e porta frutti: suscita in tanti un nuovo impegno per il vangelo; fa conoscere nei luoghi più impensati la vicenda di Cristo; provoca molte conversioni.
Probabilmente le prime esperienze di persecuzione sono le più sconvolgenti; e sembra che per Paolo queste siano avvenute in Grecia. (Si parla anche di un'altra persecuzione e prigionia, vari anni più tardi, forse l'ultima, in 2Tim 4,16). Ma l'esperienza obiettivamente più dolorosa tra quelle che conosciamo rimane questa: la cattura a Gerusalemme, i lunghi anni di custodia cautelare a Cesarea, ben oltre il tempo massimo previsto dalla legge, il viaggio a Roma e altri due anni sotto sorveglianza (cf At 21,27-36; At 24,27).
Tutto questo trova Paolo sereno - così almeno traspare dal racconto di Luca - quasi assente a se stesso, ma presentissimo all'opera di Dio che deve compiere, come può, anche attraverso la prigione.
"Sono prigioniero del Signore": così Paolo definisce se stesso. Questa espressione si può leggere in vari modi. Il più semplice è intendere che Paolo viene messo in catene perché il suo messaggio sconvolge l'ordine costituito. È prigioniero a causa di Cristo. Ma si può capire anche in modo diverso: Gesù è colui che tiene prigioniero Paolo e non lo lascia scappare a seguire e compiere piani umani personali.
Come la carità di Cristo, così il vangelo imprigiona Paolo. Egli deve usare i metodi del vangelo, e cioè: da una parte, il desiderio che la luce della fede si accenda in tanti (desiderio consumante, perché non può usare violenza ma solo creare libertà); d'altra parte, una sconfinata fiducia nella forza della Parola, che è capace di operare ben oltre l'iniziativa personale dell'apostolo.
Anche oggi la nostra chiesa deve essere prigioniera del vangelo, nella speranza che tutta l'umanità diventi "prigioniera di Cristo".
PAOLO E NOI: per un'applicazione missionaria
- Mi tengo aggiornato sulle situazioni di persecuzione che la chiesa patisce un po' dovunque? Faccio qualcosa? Faccio in modo che tanti lo sappiano?
- Ho vissuto personalmente, o conosco qualcuno che ha vissuto sulla sua pelle simili situazioni? Riesco a vedere un senso in queste esperienze dolorose?
- Ho il desiderio di far conoscere Cristo al di là di quello che mi può capitare, sicuro di fare un dono a quelli che mi ascoltano?








