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L'icona della missione: Nella grande città di Corinto

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Paolo lascia Atene. Forse si rende conto che in quella città, viva solo di memorie passate, il suo messaggio non avrebbe interessato molti. Si dirige a Corinto, una città cosmopolita in espansione, piena di gente intraprendente: il clima adatto per recepire idee nuove. C'era anche una sinagoga.

"Dobbiamo l'Occidente cristiano alla barba di Paolo". Ci affidiamo all'immaginazione per ricostruire le possibili vie attraverso cui l'apostolo si fa conoscere come predicatore della nuova fede. Queste vie passano anche per la sua barba: deve essere stata come un cartello pubblicitario, un aiuto per segnalare a tanti la possibilità di parlare con lui della salvezza.

Paolo va sulla piazza della città, in bisaccia ha gli arnesi del mestiere: lesina, forbici, aghi, spago. Cerca i negozi dove lavorano tende o finimenti di cuoio. Chiede se c'è lavoro per un giorno o due. Qualcuno lo prende: a Corinto vive la più famosa coppia cristiana della chiesa di quei tempi, Aquila e Prisca, che cooperano alla missione.

Mentre lavora, la sua barba parla per lui: chi lo vede, oltre a notare che è giudeo, dalla barba capisce che con quel maestro straniero si può discutere di filosofia, morale, religione; o forse è lo stesso padrone che invita i clienti a continuare con il suo nuovo operaio discussioni cominciate giorni prima. Aquila ha certamente introdotto Paolo agli amici giudei, creando nuove occasioni per scambi di notizie, domande e risposte missionarie. Tutti sanno che nella missione, come nella maionese, il difficile è cominciare.

Paolo segue il modello collaudato in altre città: predicazione e discussioni nella sinagoga incentrate sull'attesa giudaica del regno di Dio e su Gesù come suo compimento. Ad ascoltare, non solo giudei ma anche amici pagani, attratti dalla dottrina di Paolo che afferma: per essere accolti nella "comunità dei salvati", occorre solo accettare il messaggio di Cristo.

In quel fervore dialettico Paolo si muove come un pesce nell'acqua. L'arrivo di Timoteo e Sila gli moltiplica l'entusiasmo. Paolo è attorniato da gente piena di domande, come un professore alla fine della lezione, senza nemmeno il tempo di mangiare o riposare, felice di poter seminare il messaggio, sorpreso dal moltiplicarsi dei frutti.

Rifiutato dalla sinagoga, Paolo se ne va, senza problemi: ha un benefattore, Tizio Giusto (nome molto romano), che ospita lui e gli altri credenti. La sua casa è proprio accanto alla sinagoga: possono vedere la nuova comunità e il loro entusiasmo; sentire i loro canti e le acclamazioni; rendersi conto della loro incredibile crescita. La nuova fede, infatti, dà senso di appartenenza e valorizza i meriti delle persone che non si sentono imprigionate in schemi sociali non sufficientemente aperti.

Tutto questo suscita invidia, tanto che i giudei intentano un processo contro Paolo davanti al proconsole Gallione, fratello del filosofo Seneca, giunto a Corinto nel luglio del 51 e ritiratosi l'anno dopo per motivi di salute senza completare il mandato. Il motivo? Paolo è accusato di persuadere la gente "a rendere culto a Dio in modo contrario alla legge" (At 18,13). Quale legge? Forse è un modo ambiguo di presentare l'accusa, per indurre Paolo a scoprirsi, come era successo a Tessalonica.

Ma Gallione è bene informato del vero problema e dà una risposta che, per Luca, assume i toni dell'esemplarità: così lo stato dovrebbe dirimere i problemi con i giudei e non credere alle loro accuse: i cristiani non ledono alcuna legge civile e hanno pieno diritto di cittadinanza, insieme agli altri culti. Alla fine, viene picchiato Sostene, il capo della sinagoga che Gallione aveva fatto cacciar fuori. Il proconsole non se ne cura, forse perché pensa che abbia bisogno di... una lezione.

D'altra parte il Signore Gesù, in visione, incoraggia Paolo a non avere paura e a continuare a parlare. La Parola continua a mostrare la sua potenza creando, ovunque passa, un popolo numeroso.

PAOLO E NOI: per un'applicazione missionaria

  • La barba di Paolo interroga anche noi: quale segno esterno mostriamo per segnalare la nostra fede e la possibilità, per chi lo desidera, di parlare con noi delle cose di Dio?
  • Da soli non riusciamo a fare molto, ma se ci teniamo in contatto possiamo moltiplicare le opportunità per coloro che vogliono conoscere e sperimentare Cristo. Sappiamo cooperare alla missione?
  • Da Atti 18 traspare il coraggio e il senso di libertà di Paolo. Siamo anche noi contenti di credere in Cristo? Sappiamo rivendicare libertà e rispetto per Cristo e per la fede?


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