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Tema del "Paginone" di questo numero: "Con i Saveriani nel mondo"

La storia di un pappagallo

Padre Gabrielli Quartilio della missione di Kambia, in Sierra Leone, mi portò un giorno un pappagallo che a lui era stato dato dai cristiani di una regione del distretto civile di Kambia. Là vi sono pappagalli che assomigliano a piccioni come colore e grossezza. Forse era un anno che lo aveva e voleva darlo via perché rimaneva sempre muto e non parlava. Lo portò a Makeni nella Casa Regionale dove io ero Superiore dei missionari Saveriani in Sierra Leone. Lo accettai e, d’accordo con fratel Antonio Perin, lo confinammo nel pollaio con le galline in un’ampia gabbia cilindrica di ferro a maglie larghe. Quello che mangiavano le galline, mangiava anche lui. Era difficile prenderlo, perché con quel becco caratteristico lasciava sanguinosi segni sulle mani a chi si azzardava di toccarlo. Eppure, dicevo tra me, si dovrebbe riuscire a farlo diventare mansueto o almeno trattabile.

Un giorno volli passare il pappagallo da una gabbia all’altra per fare degli aggiustamenti. Presi un asciugamano spugnoso, lo raddoppiai e poi tentai di acchiapparlo. Ci riuscii anche se il becco mordeva la stoffa a più riprese. Si dimenava per liberarsi dalle mie grinfie, ma senza riuscire a liberarsi. Ripetei questa operazione quasi ogni giorno. Dopo tre settimane di tirocinio, il pappagallo, quando vedeva che l’asciugamano si avvicinava per prenderlo, si presentava salendo su di esso per uscire dalla gabbia. Fino a qui ci siamo riusciti. Ma ancora non emetteva suoni di alcun genere. Però era molto attento a fratel Perin quando dava da mangiare alle chiocce e ai pulcini e parlava con loro.

Un giorno il fratello trovò una gallina che andava a covare dove non era il suo posto e le diede delle sventole: “Via da qui, scrofana”, diceva con altre parole venete. Immaginate le grida e gli svolazzi di quella gallina all’essere trattata così quando stava tanto comoda e contenta in quel nido anche se non era suo. Il pappagallo guardava la scena, con la testa inclinata come se guardasse con un occhio solo, ed era anche lui sconvolto per quello che stava succedendo: si muoveva su e giù per le bacchette della gabbia per trovare un rifugio, come se poi toccasse anche a lui una simile “svampata”.

La cosa finì lì per quel giorno.

Un pomeriggio, mi portai in cucina per fare alcuni lavoretti di sistemazione degli scaffali. Generalmente fratel Perin in quel tempo era a riposo per la sua siesta. Però io lo sentivo parlare in pollaio che era un paio di stanzoni più in là. “Strano, dissi fra me, che fratel Perin sia già in piedi e sia al lavoro in pollaio”. Era dal pollaio che venivano quelle parole con il tipico accento veneto. Aguzzai le orecchie, sentivo distintamente: “Via di qui. Giù di qua. Scrofana. Eh Eh, così si fa?”. Pensai che fratel Perin era ancora alle prese con delle galline testarde.

Dopo qualche minuto mi vedo arrivare il fratello in cucina; veniva non dal pollaio, ma dalla Casa. “Ma lei non era in pollaio un minuto fa?”, gli chiesi. “No. – mi rispose – Perché?”. “Ma io sentivo lei parlare in pollaio con le galline, e lo sentivo distintamente”. Non avevo ancora finito di parlare, che il pappagallo subito ricominciò: “Via di qui. Giù di là. Scrofana. Eh Eh, birbacciona!”. Fratel Perin disse: “Ma guarda un po’ quel birichino!”.

Capimmo allora che il pappagallo aveva cominciato a parlare. Decidemmo di toglierlo dall’umiliazione del pollaio, promuovendolo negli ambienti dove avveniva la convivenza umana. L’abbiamo messo su un corridoio esterno in una finestra con dei trafori in cemento per cui il pappagallo poteva farsi presente all’interno della Casa attraverso i trafori. Egli infatti amava la gabbia ed aveva imparato ad aprire lo sportello dal di dentro per uscire e salire sopra la gabbia, e poi rientrarci a piacimento. Il cibo infatti era dentro la gabbia.

Mi resi conto che il pappagallo imparava subito se non era distratto da altre cose. Il sottoscala o lo sgabuzzino delle scope erano i luoghi migliori per l’insegnamento. Con poche battute ripetute con chiarezza a pochi centimetri dalla bocca, il pappagallo apprendeva mentre guardava fisso l’interlocutore. Non lo si poteva ingolfare di troppe cose tutte in una volta. Egli aveva bisogno di pause per assimilare e immagazzinare nella sua curiosa memoria. Aveva imparato a dire: “Ave Maria, Madre di Dio”, “Viva il Papa”, “Santo Santo Santo è il Signore”, poi colla sua voce sembrava suonare il campanello che ci chiamava in chiesa o a pranzo. Però lo suonava senza tener conto dell’orologio. Padre Generale Gabriele Ferrari, in visita, un giorno mi domandò: “Per che cosa avete suonato il campanello?”. Fu il pappagallo che aveva dato degli squilli di identico suono e perfetta intensità.

Il pappagallo veniva volentieri con me, appollaiandosi sul mio indice sinistro, e si teneva ben saldo coi suoi artigli. Me lo portavo all’altezza della testa e gli dicevo di cercare i pidocchi fra i capelli. Allora si metteva a strusciare con il becco in mezzo ai capelli ed ogni tanto lo schioccava come se ne acciaccasse qualcuno e si congratulava con se stesso emettendo un suono di soddisfazione come: “Eh Eh, ce l’ho fatta”. Più laborioso era quando gli facevo fare il servizio sulle teste dei bambini neri i quali volevano quella carezza. E siccome i capelli erano tanti e densi, lo sentivano schioccare il becco assai spesso e mostrava i capelli troncati col tagliente becco che immergeva ancora nel folto delle ciocche.

Quello che divertiva tutti era un ritornello musicale che aveva imparato così bene che ripeteva assai spesso. Era un ritmo di otto secondi che introduceva con dei numeri in inglese: “one, two, three” e poi via con la melodia che eseguiva a perfezione e la guidava con la zampetta destra, come fa un vero maestro di musica con la sua bacchetta. Imitava poi le risate che noi facevamo, risate lunghe, tanto che faceva sganasciare tutti dalle risa che poi egli memorizzava e ripeteva perfettamente. Padre Hermes Manzotti, che visitò la missione di Sierra Leone nel 1976, le registrò perché quelle risate fatte con tanto gusto non sono mai più state ripetute da pappagalli visti, conosciuti e uditi.



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