In marcia con Alessandra, Novizia con la passione per la filosofia
Addio dolci vie di Roma, autobus e metrò, biciclette prese a noleggio e taxi collettivi. Verso Tor Vergata si soffre e si fatica. Il pellegrino diventa vero viandante, mette sulle spalle le poche cose che ha, si affida a se stesso e cammina: "Arriveremo quando Dio vorrà". Ma non c’è alcuna fretta in questa prova fisica della fede, in questo incedere silenzioso di due milioni di ragazzi, resi uguali sotto il sole che a mezzogiorno fanno della spianata di Tor Vergata un piccolo Sahara: 38 gradi all’ombra, anche se di ombra ce n’è ben poca. Alessandra non si spaventa. Lei ha il coraggio della vocazione che a 28 anni l’ha spinta a farsi novizia e ora, che ne ha 29, la fa affacciare nel solo mondo che ama: quello di Dio. Sarà suora tra qualche mese, le taglieranno i capelli, rinuncerà a molto, quasi a tutto, abbraccerà la clausura e conoscerà soltanto la vita, come la chiama con trasporto, contemplativa.
Intanto cammina, lungo il sentiero più faticoso, quello più lungo, una decina di chilometri prima di arrivare al palco dove apparirà il Papa. Avrebbe potuto affrontare un percorso più breve, invece ha scelto la sofferenza, come espiazione e segno di speranza. Ultima fermata, ponte Mammolo: poi si apre il sentiero dei viandanti, una voragine capace di far precipitare negli abissi veri della fatica, sull’asfalto che brilla di calore tra i palazzoni della periferia romana.
"Ho fatto le ultime cinque edizioni della giornata della gioventù: Czestochowa, Denver, Manila, Parigi e ora sono qui" dice. Supera il metro e settanta, ha il passo deciso ma non veloce che garantisce ritmo e non fa affannare. Sulle spalle tiene lo zaino e il tappetino dove ha dormito per tre notti. In mano porta il pacco viveri distribuito per sabato e domenica: tre bottigliette d’acqua, carne in scatola, succhi di frutta, formaggini, biscotti, yogurt, thè freddo, pane. Tre chili: roba buona, forse non troppa per tre pasti.
Alessandra è laureata in filosofia. Le sembra quasi uno scherzo della storia ritrovarsi a Roma in questo pellegrinaggio giubilare che attraversa viale Palmiro Togliatti, una strada intitolata a un Comunista lungo il sentiero della fede. "Dio è la Provvidenza". Non sembrava essercene molta, di provvidenza, in quelle case con le serrande alzate, abitate anche a metà agosto, con la gente che non ha i soldi per andare in vacanza. "Molti criticano la scelta delle suore di clausura, dicono che ha poca concretezza. Noi viviamo la povertà, la nostra è la vita di una Comunità cristiana che si fonda sulle piccole cose. Lavoriamo, facciamo le artigiane, restauriamo, rileghiamo libri.
E non ci curiamo del superfluo. Partecipiamo al mondo che è intorno a noi e per questo preghiamo".
La spegne un idrante, uno di quei getti d’acqua che i pompieri e Croce Rossa regalano senza chiedere il permesso. E si diventa zuppi, ma per un attimo quel fresco dà una scossa alle arterie, fa sentire quella che una pubblicità chiamava una "sferzata di energia". Dura poco. Cinque minuti e gli abiti sono di nuovo asciutti. Alessandra riprende: "Le suore non sono quattro donne che stanno tra di loro e badano soltanto a se stesse. Facciamo la stessa vita di chi è fuori, condividiamo sofferenze e povertà". Cammina, fatica e non si lamenta. Non è una donna bionica. È una ragazza che marcia nel nome di Dio, sopporta e resiste. La sua è già abitudine alla sofferenza. Temprata dalle rinunce? "Resto una persona concreta: ho un cuore che non ho abbandonato fuori dal convento". Donna fino a 28 anni, poi suora. Dietro di sé ha lasciato amici, studi, affetti.
"Non rimpiango quello che non avrò più, perché a Dio non si resiste: chi riceve la chiamata, non può far altro che rispondere".
Si cammina da due ore e la strada è ancora lunga. Ma l’orizzonte è libero dai palazzoni, si vedono i cavalcavia del Raccordo, Tor Vergata è sullo sfondo. Ogni tanto ci si ferma, si riprende un po’ di fiato e si prega. Arriveranno quando Dio vorrà.








