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La comunità saveriana di Taranto si è arricchita di una nuova presenza: p. Pio De Mattia. È arrivato tra noi a metà gennaio e si è messo subito a disposizione. Gli impegni, nel periodo quaresimale, si sono infittiti e con lui abbiamo potuto rispondere a tutte le richieste. La disponibilità al servizio dunque è cresciuta. Si tratta, ora, di renderla più significativa e coerente con il nostro carisma, affinché la chiesa locale possa giovarsene ed estendere i suoi confini oltre il mar Ionio e le Murge (tarantine). Possa il Cristo Risorto diventare il sole nascente di tutte le civiltà e i popoli nel segno della pace e della Resurrezione.

Dove sei nato?
Sono originario di Gioia del Colle, a metà strada tra Bari e Taranto.

Quale è stato il tuo percorso di formazione?
Dopo le medie e il ginnasio nel seminario arcivescovile di Bari, ho frequentato i primi due anni di liceo nel seminario di Molfetta; il terzo l’ho terminato nella casa saveriana di Tavernerio (CO), dopo aver compiuto, a S. Pietro in Vincoli (RA), l’anno di noviziato, con relativa professione religiosa, nel 1964. In seguito, percorsi a Parma tutta la trafila degli studi filosofici e teologici, fino all’ordinazione presbiterale nel settembre 1970. Poi, mi trasferii a Roma per un biennio di studi teologici, conclusi con la licenza in Teologia morale presso l’Accademia Alfonsiana.

Quando la missione?
Nel 1973 fui destinato in Congo (allora Zaire). Trascorsi i primi quattro mesi nella missione di Baraka, lungo il lago Tanganika, a studiare i rudimenti della lingua kiswahili. Nei week-end accompagnavo i saveriani che partivano in Land Rover o col battellino per celebrare l’Eucarestia nei villaggi lontani. E così, colmo di interesse e ammirazione, familiarizzando con piccoli e grandi, cominciai a entrare lentamente nel cuore di una cultura misteriosa ed affascinante. Questo arricchimento crebbe ancor più nella mia prima missione, Kitutu, che si trova nella foresta equatoriale dell’Urega. Sono stati i nove mesi più avvincenti della mia vita missionaria.

Cosa facevi?
Per intere settimane accompagnavo i confratelli che visitavano i villaggi dei cristiani, attraversando una natura lussureggiante e affrontando imprevisti e pericoli di ogni genere. Era usuale alloggiare nella capanna del mwongozi (capo della comunità cristiana) e mangiare il cibo della gente. Dopo i tanti impegni diurni (scuola, dispensario, istruzioni, catechesi, esami dei catecumeni, Eucaristia e confessioni, visite ai malati, ecc.), la sera, si conversava piacevolmente, raccontando fatti recenti e storia della tribù, leggende, miti, proverbi… Una ricchezza culturale meravigliosa in cui metteva radice il seme evangelico!

Poi sei tornato in Italia?
Sì, ma prima fui inviato nuovamente al lago Tanganika, alla neonata missione di Mboko. Vi trascorsi quasi tre anni, in un ambiente naturale caratterizzato dall’immenso e pescoso lago, ma soprattutto dal carattere gioioso, focoso e intraprendente dei babembe, gli abitanti di quella zona. A metà 1977 fui richiamato in Italia. Vi trascorsi cinque anni: tre come professore di Teologia Morale nel nostro studentato di Parma e due anni a Cagliari.



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