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Il rischio del martirio, Fr. Vidale nella Cina comunista di Mao

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Finalmente, nel 1938, a 35 anni di età, fratel Isaia parte per la Cina. Vi rimane per tredici anni. L’ultimo periodo è stato terribile. Si trovava con p. Dal Pozzo a Wanko, nella diocesi di Loyang. Più volte è picchiato dai comunisti e sotto i colpi sviene due volte. I due missionari, condotti poi in piazza, subiscono i cosiddetti processi popolari, tra insulti e calunnie.

Rimane in Cina fino all’espulsione, avvenuta nel 1952 ad opera dei comunisti di Mao Tse Tung.

Interrogatori a tutte le ore

Gli era stato chiesto di scrivere le memorie degli anni passati sotto i comunisti. Tutte quelle tristi vicende sono raccolte in un diario. In una pagina egli scrive: “Eravamo visitati in vari momenti della giornata. Non erano mai stanchi perché si davano il cambio. Ci interrogavano in mille maniere e ci accusavano di delitti inesistenti. Tra l’altro ci accusavano di aver nascosto munizioni, radio trasmittenti eccetera. Nei tre mesi che hanno preceduto la nostra cacciata, le visite erano sempre più frequenti. Venivano a tormentarci a tutte le ore del giorno. Non ci lasciavano in pace neppure di notte. Negli interrogatori spesso ci separavano per vedere se ci contraddicevamo”.

Prima dell’espulsione c’è stato il processo. Tutto era stato montato ad arte dai comunisti. A fratel Isaia imputano di aver ucciso un uomo, che lui aveva tentato di curare con delle iniezioni, e di avere ricevuto grosse somme di denaro per aver fatto curare un altro paziente da un medico europeo.

Avevamo sofferto tanto

Fratel Isaia racconta che alla fine del processo, imposto il silenzio al popolo, i “giudici” hanno pronunciato la sentenza di condanna già stabilita in precedenza. Ecco la sentenza: “Nell’esercizio del suo ufficio il medico europeo (fr. Isaia) si è reso colpevole di nove omicidi. Come castigo si meriterebbe la fucilazione. Noi però siamo buoni e perciò lo mandiamo in patria e commutiamo la pena in 1.500 chili di frumento per ogni omicidio compiuto”.

Fratel Vidale termina così il racconto dell’esperienza cinese: “Una mattina presto vennero ad avvisarci di partire subito, tempo un’ora. Prima di uscire, all’ultimo posto di polizia, ci hanno portato via gli ultimi soldi facendoci credere che non si potevano cambiare al di là della frontiera. Mentre mi avviavo con passo di lumaca alla barriera doganale, pensavo alla nostra cara Cina che lasciavo e ai buoni cristiani che ci volevano tanto bene. La speranza di ritornarvi un giorno ha mitigato il nostro dolore.

Avevamo sofferto tanto, ma ci consolava il pensiero di aver dedicato tutta la nostra vita per il bene di quelle anime”.



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