Il prete in prestito
Cresce il numero dei sacerdoti "Fidei donum"
I numeri: 625 preti diocesani italiani (i cosiddetti "fidei donum") sono attualmente impegnati nei diversi continenti, accanto a missionari e religiose di molteplici istituti e congregazioni. Contemporaneamente, oltre mille sacerdoti provenienti dalle giovani Chiese del Sud del mondo, con l’appoggio – anche economico – della Conferenza episcopale italiana, ricoprono incarichi pastorali nelle nostre diocesi. Non è più un fatto raro, ormai, trovare parrocchie rette da sacerdoti africani o brasiliani. E non solo a Roma, che, in virtù della sua caratteristica naturaliter cosmopolita, ha fatto per certi aspetti da apripista.
Secondo una certa contabilità, fredda e miope, si tratta di un paradosso difficile da spiegare, uno "spreco" di risorse (umane, culturali e, perché no?, economiche) cui sarebbe meglio metter fine. Perché non "tenere ciascuno a casa sua"? Non si risparmierebbero forse estenuanti corsi di lingua, pazienti operazioni di inculturazione pastorale, inserimenti faticosi in contesti sociali e civiltà complesse e molto diverse (che si tratti del prete vicentino in Amazzonia o dell’indiano impegnato nella periferia di una città italiana)? Tutto vero. Sarebbe una scorciatoia possibile.
Ma proviamo a pensare a cosa perderemmo, alle ricchezze che oggi anche nella normalità della vita pastorale quotidiana la presenza di uno straniero può portare.
L’incontro, che si è celebrato a Verona, tra i "fidei donum" di casa nostra rientrati dalla missione lo conferma: tutti si sentono debitori del cammino fatto in Africa, Asia o America Latina, in Chiese spesso infinitamente più ridotte della nostra dal punto di vista numerico, meno ricche di tradizioni o di bellezze artistiche, ma non per questo meno vive.
Lo stesso vale per i preti stranieri. Forse non ci siamo ancora abituati a considerarli – anziché preziosi "aiutanti" – espressioni della freschezza di fede e della tensione evangelizzatrice di Chiese che pure continuano a "importare" (anche dall’Italia) personale missionario. Quel Brasile, tanto immenso e complesso che ancora continua ad attirare schiere di suore, religiosi e missionari, oggi esporta a sua volta donne e uomini che spendono la vita nell’annuncio "ad gentes", in Angola, Guinea Bissau, Mozambico e via dicendo. Forse val la pena ricordarlo, allorché le statistiche sulle vocazioni sacerdotali in casa nostra ci porterebbero istintivamente a custodire gelosamente i figli delle nostre diocesi, a privilegiarne un impegno – e Dio sa se non ce n’è bisogno – in paesi o città a noi familiari che a stento talvolta riconosciamo come cristiani.
La missione o è scambio o non è missione. E nessuno – dice la singolare economia del Vangelo – è così povero da non poter dare della sua povertà.








