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Il mio amico "dottor Parkinson", ...con un bambino sulle ginocchia

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Quando sono venuto in Italia tre anni fa, vedendo che avevo poco tempo, qualcuno ha inventato gli incontri di gruppo: con i familiari, i parenti da parte di mamma, i compagni di seminario, i vicini della contrada... Confesso che l'esperienza mi è molto piaciuta. E adesso la imito con questa lettera collettiva.

Infatti, non posso scrivere un messaggio personale a ciascuno. E allora cosa faccio, scelgo i più belli? Ma amici e parenti sono uno più bello dell'altro. Perciò eccomi qui, con questa lettera collettiva che ha tutta l'aria di un gesto impersonale, ma che è l'unico sistema di arrivare a tutti.

Non ti basta tutto il Brasile?

Approfitto per dare qualche notizia. Sto bene, abbastanza da poter continuare il mio lavoro, che comporta viaggi continui e lunghi, visto che il Brasile è più grande dell'Europa di Schengen, che voi avete da poco inaugurato.

Pensavo che la mia presenza a Brasilia, dove mi trovo da sei anni, fosse giunta al termine. Il mio amico  inseparabile - parlo del "dottor Parkinson" - sta diventando sempre più esigente. Dal mio punto di vista, la situazione richiedeva un ritiro in buon ordine. Immaginavo di tornare in Amazzonia, dove sono rimasti il cuore e i sogni miei. E stavo già facendo i piani: finisco l'anno a Brasilia; approfitto per fare un salto in Italia per vedere amici e parenti, e farmi vedere anch'io; poi torno nel Parà per il resto dei miei giorni...

Ma un bel giorno è passato di qui il superiore, ha confabulato con il mio direttore e hanno concluso che ancora non sono uno straccio da buttar via. "Padre Daniel vuole che tu continui", mi ha detto padre Pino Leoni. E chi sono io per rifiutare la possibilità di sentirmi ancora utile a qualcosa? E così i miei piani sono cambiati: niente Italia e niente Amazzonia (almeno per ora). "Cos'hai da lamentarti?", mi consola padre Pino. "Ti neghiamo l'Amazzonia, ma ti diamo tutto il Brasile. Non ti basta?".

Il Brasile da domani in poi

Il mio pellegrinaggio è ricominciato a gennaio. E sapete da dove? Proprio da Belém, la maggiore città dell'Amazzonia. Lì ho incontrato tutti gli animatori missionari e le animatrici della regione per... Già, per far cosa? In che consiste il mio lavoro? Per spiegarlo mi ci vuole un po' di tempo. Ci provo; ma se avete fretta, andate subito al finale!

Nel 2001, dopo 33 anni di vita in Amazzonia, il superiore mi disse: "Hanno bisogno di una mano nelle pontificie opere missionarie. È un'emergenza!". Fu così che venni a Brasilia. Ma l'emergenza andò per le lunghe. Mi sono dedicato all'infanzia missionaria, e ora all'unione missionaria del clero, fondata un secolo fa dal beato p. Manna con il forte appoggio del beato Conforti, per infondere la coscienza missionaria nei sacerdoti.

Fino a ieri, il Brasile si considerava ed era considerato "paese di missione", nonostante i suoi 500 anni di tradizione cristiana e la sua storia ricca di religiosità e di fede. Ultimamente però qualcosa si sta muovendo. E il mio lavoro consiste proprio in questo: ricordare ai responsabili delle comunità cristiane che è ora di passare dal prendere al dare, dal ricevere all'inviare.

Così cominciano i guai...

Mi piacerebbe scrivere di più, ma... vi ricordate del mio amico "dottor Parkinson"? Mi accompagna sempre, pieno di buona volontà. Quando mi metto a scrivere, per esempio, lui si offre: "Ti do una mano". E cominciano i guai: le due mani mie, più la mano sua sulla stessa tastiera, immaginate cosa viene fuori! È come se sedessi davanti al computer con un bambino di quattro anni sulle ginocchia: pesta i tasti a caso, mette le mani dove non deve, cancella quello che ho scritto, mi distrae continuamente...

Il "dottor Parkinson" non è più un bambino, ma si comporta come se lo fosse, pur avendo la rispettabile età di 253 anni (è nato in Inghilterra nel 1755). Allora anche il piacere di scrivere diventa fastidioso. Per fortuna, hanno inventato il computer che permette di correggere il testo, prima di stamparlo o spedirlo.

Ecco le mie notizie. Ci metto accanto gli auguri per l'anno nuovo. E aggiungo una fotografia perché anche l'occhio vuole la sua parte.



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