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Sant’Agata, martire siciliana del 3° secolo, è l'occasione per la comunità di Martinengo, che ha la santa catanese come patrona, di andare oltre il martirio antico. Infatti, essere testimoni del vangelo oggi significa ancora subire il martirio, non solo morale, ma anche fisico. Ogni anno sono decine e decine i missionari, presbiteri, suore e laici uccisi in “odio alla fede”.

L'incontro che si è tenuto alla vigilia della festa di sant'Agata (5 febbraio), nella settimana dedicata al Sacro Cuore, mi ha dato l'occasione, anche grazie a un video che avevo preparato sui martiri saveriani del 1964 in Congo, di approfondire con i presenti la situazione e venire a conoscenza di storie piene di amore e di fede. Tra questi martiri saveriani spicca la figura di p. Luigi Carrara, missionario bergamasco di Cornale di Pradalunga (1932-1964). Questi confratelli erano pieni di Dio ed entusiasmo nell’annuncio e nel condividere con i congolesi l'immenso dono della grazia di Dio, attraverso il vangelo, i sacramenti e la vita insieme. Nel video ci sono testimonianze toccanti di chi ha vissuto quegli anni terribili della rivolta dei simba (1964-1967) e che hanno sofferto angherie e minacce. Finito quel periodo tremendo, sono rimasti sul campo a lavorare fino a che le forze glielo hanno permesso.

Tra tutti spicca p. Aldo Vagni, marchigiano, che ho avuto la fortuna di conoscere proprio in Congo. Ancora oggi quella terra soffre e patisce violenza di ogni tipo per interessi economici di potenze straniere. I morti in queste guerre non si contano più. Se poi pensiamo anche alla recente guerra del Ruanda con il Congo e alle pulizie etniche che a tutt'oggi non hanno cessato di portare violenza in quei territori, il quadro si aggrava.

Noi testimoniamo che “Gesù ha ragione”. Quando ha mandato i suoi discepoli, ha detto loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a tutte le genti…”. Da allora, la chiesa non cessa di andare e annunciare l'immenso dono del vangelo di Gesù. I missionari rendono testimonianza a ciò che Gesù ha detto e fatto, alla sua parola, alla sua morte e risurrezione, al suo comandamento dell'amore gratuito. Il missionario dice a tutti, sempre, che è possibile “fare del mondo una famiglia”.

Amando, costruiamo un mondo nuovo. Siamo in grado di riconciliare e riconciliarci, di evitare la violenza che nelle guerre trova l'esempio più tremendo. Il vangelo costruisce i rapporti attraverso la carità che è paziente, benigna, perdona e scusa. È chiaro che, quando i missionari testimoniano Cristo, sentono che questa è la strada giusta. Il bene, tuttavia, suscita in chi ha fatto altre scelte odio e disprezzo fino a uccidere i testimoni della verità. Del resto, Gesù è stato il primo martire del suo annuncio.

La chiesa dedica alla memoria dei martiri il 24 marzo, anniversario della morte dell'arcivescovo di San Salvador, mons. Oscar Romero, assassinato durante la celebrazione dell’Eucarestia. Questa è “centro e culmine” della vita cristiana, sostegno di chi deve lottare ogni giorno per annunciare e far trionfare l'amore di Gesù. È dall'Eucaristia che, oggi come ieri, proviene la forza di testimoniare e di amare fino al sacrificio di se stessi. Vogliamo però ricordare anche tanti altri: presbiteri, religiosi e religiose, catechisti e capi-comunità, laici e laiche che hanno amato fino alla fine. Con loro vogliamo ricordare anche quelli che si sono esauriti in una vita di dono fino alla consumazione psico-fisica. Il martirio avvicina alla figura di Gesù crocifisso che è, nello stesso tempo, anche segno della promessa di Vita che Gesù fa ai suoi. È segno di speranza, perché la croce introduce nella risurrezione, inizio della vita nuova.



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