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Mancavano pochi giorni a Natale. Avevo accettato l’impegno di cappellano di un pellegrinaggio. Arrivo verso sera con un amico, Ramírez, e i suoi figli. Essi conducevano i cavalli nel corral e si preparavano a passarvi la notte. Quanto a me andai a chiedere ospitalità al parroco. 

Padre Pedro era un vecchio asciutto, di evidente origine indiana, ma aveva ancora una vitalità prodigiosa, pur avendo già passato da un po’, come mi disse, i novant’anni. Mi accoglie molto cordialmente con la formula di rito della squisita ospitalità di questo Paese: ésta es su casa (questa è casa sua), e mi offre da mangiare e una stanzetta per passare la notte. C’era, in quella stanza, oltre a un lettuccio e a un tavolino, uno scaffale di vecchi libri. Incuriosito comincio a scorrere i titoli. Ne prendo uno in mano; era un’edizione dell’Ottocento di opere di Sor Juana Inés de la Cruz. Ma, tra le ultime pagine del libro, c’era un plico di fogli ingialliti, scritti a mano. La prima pagina portava, a mo’ di titolo, le parole: Memorias de la Guerra Cristera.  
Apro il manoscritto.

“Sono convalescente in un accampamento sperduto a tremila metri di altitudine, tra rocce e rara vegetazione, senza una coscienza esatta di me stesso, a pezzi moralmente e fisicamente. In due anni e mezzo sono stato trascinato dalla vita regolare di un sacerdote in cura d’anime alle più inaspettate avventure e a indescrivibili sofferenze. Non so se sono lo stesso o se i miei ricordi sono solo fantasie che si perdono in un passato remoto. Con pietre di questa montagna mi hanno costruito una capanna di piccolissime proporzioni, coperta di rami che mi permettono di vedere il cielo. La febbre intensa mi ha lasciato e con essa se ne sono andati gli incubi che mi hanno tormentato per lunghi giorni. Mi invade ora una serenità propria di chi ha perso tutto e per il quale qualunque bene, per piccolo che sia, rappresenta un vantaggio. Rincorro col pensiero gli avvenimenti trascorsi come se io non ne fossi protagonista. Analizzo, durante le lente ore, il significato degli avvenimenti e mi ossessiona l’idea del giudizio di Dio sopra i nostri atti. Combattemmo per Cristo, per i suoi diritti, per i nostri. Non mi spinge nessuna passione o interesse iniquo. Molti di noi preferirono morire con le braccia aperte come in croce, al grido di Viva Cristo Re, piuttosto che fronteggiare il nemico. Noi altri abbiamo resistito al tiranno e abbiamo risposto ai suoi colpi per conservare la vita e il nostro modo di viverla. Sono un soldato, di quelli che sorgono a migliaia per offrire la loro vita, e di quelli che a migliaia muoiono, e dei quali pochi sopravvivono per giungere alla fama la quale, piuttosto, appartiene all’azione di tutti i combattenti. Fui travolto dalla tempesta negli anni miei migliori...”.

Il manoscritto faceva riferimento ai fatti cominciati nel 1926 quando il governo promulgò le leggi che limitavano le pratiche religiose e la cui trasgressione era punibile anche con la morte. Così, una pagina dopo l’altra, mi addentrai nella lettura di quel testo appassionante e autentico. 
Pareva una specie di diario. Raccontava i fatti salienti di uno dei curas (cioè di un sacerdote), durante la guerra cristera dal gennaio 1927 al giugno 1929. Era la storia del generale in capo della brigata de Los Altos, il leggendario p. Aristeo Pedroza. Il manoscritto parlava di sentimenti: i timori, le speranze, le gioie e le paure di un giovane che si era trovato al centro di avvenimenti che lo trascendevano, la cui dinamica sfuggiva spesso alla comprensione degli stessi protagonisti. Descriveva battaglie, affrontate con poche risorse belliche, e vittorie, dovute piuttosto al valore dei Cristeros e alla buona sorte. Nel manoscritto, a dire il vero, c’era scritto: Dios nos concedió la victoria... ...por la gracia de Dios, e ancora porque así quiso Dios (“Dio ci concesse la vittoria ...”, “...per grazia di Dio”, “perché così Dio volle”).

Non erano moltissimi fogli, più o meno una settantina. Così, in un paio d’ore arrivo alle ultime pagine che narravano, con tristezza e delusione, gli arreglos (accordi) intervenuti tra la gerarchia ecclesiastica e il governo e considerati dai Cristeros una specie di resa, per così dire, senza condizioni, senz’altro con poche garanzie. Padre Pedro mi aspettava in cucina per un cafecito. Gli chiedo se aveva conosciuto il generale Pedroza. Di scatto si volta e mi scruta. Un po’ a disagio gli spiego che, nella stanzetta, avevo trovato un manoscritto... Si fa pensoso, abbassa lo sguardo, poi dice: “Sì, l’ho conosciuto. La gente crede che lo abbiano fucilato al muro del camposanto di Arandas. Non è vero. Uccisero un altro al suo posto... Il generale Pedroza... o, meglio, p. Pedroza, per grazia di Dio, vive”. 
Era giunto il momento del congedo. Dalla finestra vedo che Ramírez, paziente mi aspettava in sella al suo baio. Ma faccio un’altra domanda: “Dov’era stato ferito p. Pedroza?”. Il vecchio, con la mano sinistra, rimbocca la manica fino in cima e mi mostra la cicatrice di una larga ferita nel braccio destro. Mi guarda diritto negli occhi e dice: “Qui”. Adios, padre Pedro...za!

[FINE - prima puntata nel numero di giugno/luglio]



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