Il dottor Piccinini e il fascino del cristianesimo
In un mondo come quello di oggi, segnato dal nichilismo, il cristianesimo è ancora affascinante? È una domanda che dobbiamo porre prima di tutto a noi stessi. Se non lo fosse più per noi, come potrebbe esserlo per chi ci incontra?
Il cristianesimo non è un insieme di regole morali o di riti. È, innanzitutto, l’annuncio che Dio è diventato uomo in un preciso luogo e tempo. Tutto il resto è conseguenza. Il Mistero, alla radice delle cose, ha voluto farsi conoscere da noi, incarnandosi in Gesù, una Presenza umana eccezionale, totalmente corrispondente al bisogno di compimento, verità, bellezza, bontà, amore, felicità di chi lo incontrava.
Anche per noi oggi è così. Cristo è un Fatto reale entrato nella storia e in essa prosegue attraverso la compagnia dei suoi credenti, la Chiesa.
Il cristianesimo, quindi, è affascinante nella misura in cui è possibile, oggi, incontrare persone affascinanti perché trasformate dall’incontro con Cristo. Per me è stato così, dopo aver letto il libro “Ho fatto tutto per essere felice”, che racconta la vita di un caro amico, Enzo Piccinini, proclamato servo di Dio e per il quale è stata aperta la causa di beatificazione.
Chirurgo eccezionale, Enzo entrava in ospedale con la consapevolezza che “il paziente è una persona, prima che un malato”. Ai suoi giovani collaboratori diceva che “la vita è unita, se si mette il cuore in quello che si fa”.
Pochi giorni prima di morire, a soli 48 anni, in un incidente stradale nel 1999, aveva tenuto una conferenza davanti a centinaia di medici affermati, nella quale aveva detto, suscitando molto brusio, di aver imparato a fare il chirurgo da un prete brianzolo, don Luigi Giussani. Non gli aveva insegnato le tecniche, ma il gusto nel fare le cose, una posizione umana per cui tutto ha valore. Le circostanze della vita sono il modo attraverso cui Cristo si fa incontro, investe le nostre azioni e le plasma, qualsiasi cosa facciamo.
Per Enzo, la questione era vivere consapevoli che c’è la morte e prendersi a cuore fino in fondo di chi si ha davanti. Raccontò di come aveva assistito un uomo, molto malato, ma dal carattere duro. Per otto mesi, Enzo è andato a casa sua. Un giorno, la moglie e i figli gli hanno chiesto di prepararlo a ciò che lo avrebbe aspettato. Fatto anche questo, l’uomo l’ha guardato in modo rabbioso, poi si è commosso e ha detto: “Siamo come quelle gocce sulla finestra. Finché c’è il filo che ci tiene, poi siamo finiti”. Enzo gli ha risposto: “Quel filo è tenuto da Qualcuno che ci vuol bene e tornare da Lui non è male”. L’uomo si è messo a piangere, accettando di ricevere i sacramenti.







