I nostri cari sono ancora vivi
Come ogni famiglia, anche noi saveriani amiamo ricordare i nostri morti e pregare per loro. Sono dodici i saveriani romagnoli defunti. Senza ombra di esagerazione, la statura della loro personalità è monumentale. Mi sembra doveroso ricordarli su questa pagina della Romagna. Questa volta ne ricordo quattro, mentre ringrazio p. Ermanno Ferro per le notizie e le foto, e p. Ildo Chiari che, più che storico, è una storia vivente
Padre Turci, missionario e medico
Padre Romano Turci, nato a Castiglione di Cervia (RA) il 5 maggio 1902, entrò tra i saveriani a 14 anni e diventò sacerdote nel 1927. Ancora studente, durante le vacanze estive sui monti di Parma, con il nome di padre Franco, fu protagonista del film “Fiamme”, ambientato tra gli indio d’America.
Fu anche il primo a seguire un corso accelerato di medicina per i missionari all’università di Parma. Nel 1934 ottenne di partire per la Cina. Sembrò quasi che i cinesi stessero aspettando uno come lui, per le sue conoscenze mediche, tanto che nel 1939 tornò all’università di Parma per una laurea di medico-chirurgo.
Non potendo ripartire a causa della guerra, fu mandato a dirigere il seminario saveriano di Vallo della Lucania (SA), ma non trascurò la medicina. Anzi, una “misteriosa” ricetta per la cura del lupus e del carcinoma, provata e riprovata con clamorosi successi, lo portò sulla grande stampa e lo stesso Pio XII gli mandò un’illustre cliente dalla Germania.
Nel 1948 riuscì ad aprire una moderna clinica a Posillipo. Come infermiere aveva le prime saveriane della nascente congregazione, e questo lo rese formatore di tante future missionarie. Nell’attività medica non dimenticò di essere sacerdote: passava lunghe ore a pregare e molti pazienti lo cercavano anche per una buona cura spirituale, felici di tornare a casa guariti nel corpo e nell’anima. Morì nella sua clinica il 3 giugno 1972 e fu sepolto a Parma.
Padre Emaldi con la lingua mozzata
Padre Alfeo Emaldi era nato a S. Lorenzo di Lugo (RA) il 15 marzo del 1902. Dopo aver studiato nel seminario diocesano di Ravenna, si fece missionario. Un superiore del tempo scrisse: “ha intelligenza pronta, è buono, si fa voler bene da tutti, farà molto del bene”. La profezia non fu mai smentita.
Ricevette il sacerdozio dal beato Conforti il 28 febbraio 1926, e un mese dopo si imbarcò per la Cina. Vi rimase per 25 anni. Nonostante le difficoltà, egli sapeva essere sereno, entusiasta e pronto a ogni fatica. Debolissimo di vista fin da giovane, si rese famoso per i capitomboli in bicicletta: l’angelo custode non solo gli assicurava sempre l’incolumità, ma gli faceva anche ritrovare gli occhiali.
Ebbe anche a che fare con il demonio. Lo scopriva con la prova dell’acqua benedetta e con botte e risposte in dialetto romagnolo; riuscì persino a fotografarlo e lo obbligava in pubblico a dire il suo vero nome e lo scopo della sua esistenza. Ma a rendere famoso padre Alfeo furono le prigioni di Mao. Con la tortura, volevano costringerlo a scrivere i
nomi dei cristiani. Per paura di farlo contro sua volontà, con una vecchia lametta decise di tagliarsi la lingua: prima un pezzo poi, con fatica, tutto il resto. Eppure aveva paura anche delle iniezioni!
Con il rischio di morire dissanguato, fu portato su una nave verso l’Italia. Dal 1952, per 25 anni lavorò in Italia e Spagna, formando nuovi missionari, recitando rosari, lavorando nell’orto, sottoponendosi a interviste e conferenze. Anche senza lingua, p. Emaldi riuscirà a raccontare la sua storia. Morì il 14 agosto 1976 e ora riposa a Parma.
I due fratelli Frassineti: P. Mario missionario del cinema
Padre Mario era nato a Faenza il 2 settembre 1901. A ventidue anni lascia la facoltà di giurisprudenza di Bologna ed entra dai saveriani a Parma, dove il 7 aprile 1928 è ordinato sacerdote dal beato Conforti.
Durante gli studi di teologia aveva per compagno p. Lorenzo Fontana. I due giovani intuirono nel cinema nascente un potente mezzo per l’animazione missionaria. Durante le vacanze estive hanno il coraggio, con la benedizione del beato Conforti, di realizzare “Il Nido degli Aquilotti”, il primo film missionario, a cui poi seguirono “Fiamme” e “Africa Nostra”.
Ma il sogno della sua vita era la Cina. Vi si reca nel 1931 ed ha la gioia di assaporare gustosi frutti del suo zelo. Nel 1946 è costretto a lasciare la Cina e si reca negli Stati Uniti per seguire corsi di cinematografia. Ha grossi problemi di salute e si riprende miracolosamente. Aveva la dote dei grandi progetti. Nel 1951 realizza, con attori e mezzi caserecci, “Il Grande Alveare”, un film che commosse mezza Italia. Un grande cineasta del tempo vide in lui una potenzialità esplosiva: insieme avrebbero realizzato “La Madre”, un film tratto da un fatto vero della rivoluzione cinese.
Ma il Signore aveva altri progetti. Proprio quando si era conquistata la stima del pubblico e la strada per realizzare i suoi grandi sogni sembrava aprirsi, appena cinquantunenne, il Signore lo chiamò a sé, il 17 aprile 1952. Riposa nel cimitero di Parma, assieme a tanti altri saveriani.
Padre Enrico, il giramondo affabile
Enrico Frassineti, nato a Dovadola (Forlì) il 28 aprile 1905, a diciott’anni decide di farsi saveriano e inizia a rincorrere il fratello Mario, seguendolo in tutte le tappe della formazione, fino al sacerdozio.
Ha la fortuna di partire subito per la missione in Cina. Di grande capacità comunicativa, impara subito e bene la difficile lingua e semina tanta fede e bontà tra i cinesi.
Nel 1940 si reca a New York e deve rimanervi a causa della guerra. Ne approfitta per creare preziose amicizie tra il clero. Così, nel 1944, può acquistare un terreno a Holliston, dove costruisce la prima casa saveriana americana. Nel 1952, è chiamato in Italia a sostituire il fratello nell’incarico di economo generale.
Riceve poi altri incarichi a Londra, in Giappone, in Indonesia. Dal 1964 al 1971 padre Enrico è a Taiwan per fondare una missione, in attesa del ritorno dei saveriani in Cina. Nel 1976, già settantenne, parte per una nuova missione in Amazzonia, ma rimpatria dopo due anni e va nella casa saveriana di Genova.
Oltre il cinese, p. Enrico parlava bene l’inglese, con accento americano. Era amato per il suo tratto affabile, signorile e dignitoso; era stimato per la sua fedeltà a tutti gli impegni affidati. Morì a Parma il 13 novembre 1983 ed è sepolto nella tomba di famiglia nel paese natale.








