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Makobola, 25 dicembre 1972. Era il mio primo Natale in Africa. Alle 8 del mattino il sole è già caldo e luminoso. Il lago Tanganika, di un blu intenso, lambisce la spiaggia del piccolo centro di pescatori di Makobola, venti chilometri a sud di Uvira. Sono arrivato il giorno precedente per preparare il Natale e ho passato la notte quasi insonne, disturbato dal continuo rumore dei pipistrelli sul plafone. 

La chiesetta del villaggio trabocca di gente. In prima fila i bambini occupano anche il presbiterio. In sacrestia, ragazzi e ragazze si preparano alla meglio, secondo i ruoli che dovranno interpretare. Prima della Messa, infatti, comincia la rappresentazione: dall’annunciazione alla nascita di Gesù, fino all’arrivo dei magi. Al momento del Vangelo della nascita compare un Gesù Bambino vero, in carne e ossa: una mamma entra e affida il suo neonato alla ragazza che interpreta Maria.                                                                                                                                    L’assemblea accoglie il piccolo con applausi, grida, tamburi. Subito dopo, tutti intonano il Gloria e danno inizio alla danza. Conosco ancora poco il kiswahili. Parlo in francese e il catechista traduce: “È una cosa meravigliosa! Dio decide di scendere tra noi, di farsi incontrare. Egli si fa piccolo e ha fiducia nei piccoli, come voi, per compiere cose grandi. A Lui basta il vostro cuore aperto e generoso!”.

Makobola, 30 dicembre 1998 
Il piccolo villaggio di pescatori, sulla strada che costeggia il grande lago, conoscerà anche la tragedia. Proprio dove avevo celebrato per la prima volta la nascita di Gesù in Africa, sarebbe arrivato l’inaudito. Il 30 dicembre 1998 una banda di militari arriva all’improvviso: uccide, massacra chiunque trova, incendia case con le persone dentro. Uomini, donne, giovani e bambini… Colpi di fucile e di machete, grida laceranti, pianti, il crepitio del fuoco, il fumo, e poi ancora spari e il fuggifuggi. In poco tempo restano a terra 730 cadaveri nei tre settori del villaggio… Si sente solo il lamento e il pianto amaro.
Il catechista Faustin Ndama, che mi ospitava, scappando da casa quel giorno con la moglie e figli verso la montagna, si ricorda dell’Eucaristia nella chiesetta che può essere profanata. In fretta, torna nel villaggio già occupato dai militari ruandesi, incontra una pattuglia e, dopo un breve scambio di battute, viene ucciso. È uno dei tanti martiri dell’Africa. I suoi cristiani hanno eretto un piccolo monumento fuori della nuova chiesetta, dove Faustin è sepolto.

Makobola 2026
Dal 15 febbraio 2025 la regione del Sud-Kivu è occupata dal Movimento 23 Marzo e dall’Alleanza del Fiume Congo (M23-AFC), con l’aiuto delle forze ruandesi. L’esercito delle Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo (FARDC) aveva già lasciato, poco prima, le città di Bukavu e Uvira (Makobola).
Scomparse le forze dell’ordine, nelle città come nei villaggi si avverte l’assenza dello Stato e si teme l’arrivo degli invasori. Aumentano rapine, episodi di giustizia popolare e uccisioni. La popolazione vive nella paura, nell’incertezza e nell’angoscia; l’emergenza umanitaria e sanitaria cresce e peggiora.
Un gran numero di sfollati fugge verso il Burundi, paese confinante, oppure verso sud, a Kalemie. La gente è stanca ed esausta, ma non mancano esempi di solidarietà eroica nelle piccole comunità cristiane e in persone come il catechista Faustin di Makobola. Ma mentre nella capitale si chiacchiera e si firmano documenti, nel Sud-Kivu si muore. Nella tempesta non si perde la speranza, piccolo seme che, nella terra, con un lavoro oscuro ma inarrestabile, fiorirà.



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