Fratelli di sangue e di ideali
Conservo ricordi stupendi della mia infanzia accanto a mio fratello Silvio. Era adolescente quando facevamo la “guerra tra bande”, costruendo archi e frecce: Silvio ci proponeva di fumare il calumet della pace. Riusciva a dirci cose belle, di pace, entrando nel gioco fra i due gruppi rivali.
Quando andò saveriano mi scriveva lettere bellissime, che ancora conservo; un epistolario che si è arricchito nel lungo periodo vissuto da missionario in Africa. Portò il mondo nella nostra famiglia; ci ha contagiato con il suo amore ai poveri. Mi colpiva il suo modo di pregare; facevo finta di dormire e lo guardavo mentre si alzava pian piano e stava in ginocchio…
Poi ci fu l’incidente che lo rese paraplegico. Sussurrava: “facciamo festa alla volontà di Dio”. Gli accarezzavo i piedi ormai fermi per sempre e pensavo a un versetto del profeta Isaia: “Beati i piedi che evangelizzano”. I piedi di un paralizzato… Aveva solo 29 anni. Ma quanta strada hanno percorso? Tante volte mi sono chiesto: cosa direbbe Silvio o cosa farebbe? Siamo fratelli non solo di sangue ma di ideali.
Quando ha saputo dell’ordinazione a vescovo, Silvio mi ha detto: “Il mio fratellino diventa uno degli apostoli! Non avere paura, e pensa al «sì» di Maria; Gesù ti ha incrociato, ma non temere”. Mi manda settimanalmente un messaggio che io raccolgo. Ha scritto anche ai parrocchiani della Sacra Famiglia; chiedendo che mi accompagnino nel passo che mi è stato chiesto e invitandoli a pensare al nuovo parroco, a cominciare a rimboccarsi le maniche, a tenere il passo con Gesù. È lui il Pastore, il Maestro.







