È la bellezza della missione
Padre Paulin, saveriano congolese in Sierra Leone, è attualmente a Roma per ottenere il visto che gli permetta di andare nel Regno Unito. Ci offre un bel racconto della sua esperienza missionaria in Sierra Leone, tra gioie e difficoltà.
Tutto è iniziato con la formazione saveriana in vista della missione. Quale missione? Soltanto il Signore lo sapeva, e mi preparava per essa. Durante il periodo formativo, ho sempre pensato a tante delle nostre missioni, tranne la Sierra Leone. Se la decisione fosse dipesa da me, probabilmente io avrei scelto un'altra missione. Con tutto quello che era successo, e lo chiamavano “il paese dei diamanti", ci voleva un bel coraggio a iniziare questa "avventura" missionaria.
Invece, proprio quella missione a cui non pensavo è diventata la mia casa.
Nel 2007, dopo una breve sosta a Londra per lo studio dell'inglese, arrivai in Sierra Leone. La prima impressione è importante, perché può influire sulla vita futura di una persona. È stato proprio ciò che mi è capitato. Arrivando nella missione di Lungi, dopo tre giorni di viaggio, ho trovato un confratello che mi aspettava con gioia.
È stato come arrivare in famiglia
L'accoglienza all'aeroporto mi ha tirato su. È stato come arrivare in famiglia, dove si vedono altri confratelli che sono riusciti a vivere la missione e questo dà tanta gioia. Prima di essere coinvolto nelle attività pastorali, mi sono fermato a Makeni (lì c’è la casa religiosa) per alcuni mesi per studiare la lingua locale. Venendo anch’io da un paese di missione, il Congo, la prima cosa che ho fatto è stata impegnarmi nello studio della lingua. Questa è come una porta d'ingresso, che permette di comunicare con la gente, di capire la loro cultura e di amarli.
A Makeni, ho trovato p. Vittorio Bongiovanni, da molti anni missionario in Sierra Leone. Un uomo capace di farsi amare dalla gente per il suo modo di relazionarsi. La gente gli voleva bene. Il suo zelo apostolico mi ha fatto capire la bellezza della missione e la gioia di essere missionario.
“Non si può essere missionario senza voler bene alla gente”, mi diceva.
Panlap il primo amore, Madina il cuore
Mentre studiavo la lingua, il superiore mi aveva dato l’opportunità di “fare esercizio” prendendomi cura della comunità di Panlap, non lontano da Makeni. In questo villaggio, aveva lavorato il compianto p. Nazzareno Bramati che aveva costruito anche una bella chiesa. Ho sempre considerato Panlap come il mio primo amore. Qui ho imparato a dire la mia prima Messa in lingua krio, qui ho celebrato i primi battesimi.
Da Panlap sono poi andato a Madina, nella missione “Nostra Signora della Grazia”. Se Panlap è stato il mio amore, la missione di Madina è il mio cuore. Qui ho trovato un confratello, p. Franco Manganello, che mi ha aiutato a entrare nell’attività pastorale, dandomi ampia libertà di movimento. Quando sono arrivato a Madina, non parlavo ancora bene la lingua, a differenza del confratello, che celebrava la Messa in krio. Io la celebravo in lingua inglese e provavo vergogna, perché molte persone non capivano.
L'esempio di p. Franco mi ha aiutato ad approfondire la mia conoscenza della lingua e così, in due mesi, anch’io riuscivo a celebrare in krio. In tal modo ho cominciato a capire meglio la gente, la cultura del posto e a fare amicizia. Mi sono impegnato nelle scuole e nell’attività pastorale. Sono stati tre anni belli per l’esperienza pastorale e ho dei bei ricordi.
Un nuovo incarico
Dopo tre anni, p. Natale Paganelli mi ha richiamato a Makeni per un nuovo incarico: occuparmi dell’animazione vocazionale tra i giovani. Ho lasciato Madina con difficoltà, perché là mi trovavo bene. Ma ho obbedito; accanto a p. Natale ho imparato molte cose. Non sono rimasto a lungo, perché il nuovo superiore, p. Carlo Di Sopra, mi ha mandato a Freetown, capitale della Sierra Leone, sempre per un ruolo nell’animazione vocazionale.







