Davo don Giuseppe, di Leno
Don Giuseppe Davo, 63 anni originario di Leno, era parroco di Fiesse da tre mesi, quando è morto per un infarto il 24 settembre 2013. Di lui ci racconta p. Fiorenzo che l’aveva conosciuto in missione.
Ho conosciuto don Giuseppe in Congo, allora Zaire, nella missione di Kamituga nel 1986. Kamituga si trova nella regione dei grandi laghi, il Kivu, ed era un centro minerario a mille metri d’altitudine. Si scavava oro e c'era una società mineraria belga che gestiva una miniera.
La comunità missionaria di Kamituga era formata da cinque preti fidei donum. Due erano di Ferrara: don Francesco Forini e don Alberto Dioli; tre erano di Brescia: don Bruno Moreschi, don Paolo Gabusi e don Giuseppe Davo.
Un uomo di saggia bontà
Per noi saveriani di Kitutu, la missione di Kamituga era una tappa obbligata nei trasferimenti verso Bukavu. I viaggi erano disagevoli. Per percorrere i 230 chilometri che separano Bukavu da Kitutu, ci si impiegava una giornata intera. Una volta impiegammo tre giorni, con soste a Kasika e a Kamituga. Adesso a Kitutu c'è internet, ma le strade sono ancora peggiori.
Don Giuseppe ha vissuto tanti anni in quella regione, come coadiutore a Kamituga e come parroco a Mwenga, con una comunità di sacerdoti locali. Era un uomo buono. Quando c’incontravamo, lasciava quel senso di serenità che rinsaldava il cuore e metteva dentro speranza. Speranza per un lavoro, quello missionario, vissuto spesso sulla linea della precarietà e del ricominciare, considerando le varie vicissitudini spesso tragiche che quella parte del mondo ha vissuto dal 1960 a oggi. Don Davo era di una bontà saggia, ricca di umanità e di ascolto.
La convinzione di fare il bene
Era un uomo intraprendente: tutti ricordano la turbina che, con l'aiuto di amici bresciani, ha installato a Mwenga. Poi i viaggi faticosi di settimane e settimane, a piedi, per raggiungere i cristiani che abitavano l'interno di quella parrocchia di montagna, con il fango argilloso a rallentare il cammino.
Parlando con lui, capivi che la sua convinzione di fare il bene era profondamente radicata, quasi scritta nel suo dna. Aveva una visione non ingenua ma misericordiosa della vita missionaria.
Capiva le difficoltà della gente, gli espedienti per la sopravvivenza, che a volte avrebbero potuto anche irritare, ma lui sorrideva come chi ha una visone del mondo che va al di là delle cose.







