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Il campo itinerante estivo nelle Marche - Da: FRANCESCO

Francesco racconta l’esperienza del campo itinerante estivo nell’entroterra marchigiano umbro, organizzato dai missionari saveriani di Ancona.

Quando il treno è partito dalla stazione di Napoli la mia testa è diventata pesante come un macigno. Ero reduce da un’esperienza di una settimana fatta di cammino, essenzialità e contatto con la gente. Con sei ragazzi e due missionari saveriani avevo rinunciato a soldi, cellulare, orologio e cibo per vivere giorni di cammino fra i boschi. La nostra meta era il cuore delle persone.

Dalla povertà alla ricchezza

Quando arrivavamo nei paesi, raccontavamo agli abitanti del paese l’esperienza che stavamo vivendo, li invitavamo alla Messa da noi organizzata, chiedevamo cibo e un posto dove mettere le tende per la notte. Spesso finivamo a dormire nel garage di qualche persona particolarmente generosa.

Quante cose mi tornavano in mente mentre ero su quel treno: l’amicizia genuina dei miei compagni, l’accoglienza della gente, i momenti di sofferenza per la fatica e la fame, l’allegria delle canzoni cantate per strada con enormi zaini sulle spalle, le risate, la condivisione di tutto questo con gli altri. La sfida che mi portavo a casa era difficile, ma la ricchezza che il cammino mi aveva donato era inestimabile.

“Non abbiamo voglia di tornare a casa, eh?” - disse qualcuno vicino a me. Era un ragazzo con una folta chioma di capelli che era seduto nel mio stesso scompartimento. Veniva da Braga, una città a nord del Portogallo, e si chiamava Cesar. Era arrivato in Italia dopo un viaggio durato diversi mesi. La sua curiosità e le sue domande mi hanno spinto a raccontare l’esperienza che avevo vissuto. Ho iniziato a parlare senza quasi rendermene conto.

Ho imparato una lezione

II cammino è iniziato dal paese di Sorti, il giorno della sagra. Sono stato ospite di un signore di 87 anni di nome Pino, un uomo che ha vissuto la vita intera nei boschi. Aveva le mani grandi come una montagna e si ricordava tutto della sua vita.

Sono passato anche in un piccolo paese che otto anni fa è stato spazzato via dal terremoto. Sembrava che la tragedia fosse capitata da non più di un paio di mesi. Il paese era deserto, gli abitanti confinati in piccoli container. Lì, ho incontrato persone che mi hanno ospitato a dormire nei loro container e mi hanno offerto da mangiare tutto quello che avevano. Erano persone che, accanto alla sofferenza patita per il terremoto, portavano negli occhi il dispiacere per non poter fare di più per me.

II povero è colui che conosce il segreto della vita. Non avendo niente da dare, sa che la sola cosa che può salvarlo è l’aiuto degli altri. Era una lezione di cui avevo sentito parlare, ma che troppo spesso faticavo a mettere in pratica. Erano stati gli occhi degli abitanti di Collecroce a farmi vivere il senso di quella lezione.

“Non smettere di raccontare”

“C’è una grossa contraddizione a viaggiare come avete fatto voi” - disse all’improvviso Cesar. “Mentre cammini vieni a contatto con le persone e quindi sei profondamente immerso nella loro realtà, nella loro vita quotidiana. E ricevi il grande dono della fraternità umana, anche se non sempre accade con facilità. In quei momenti ti sembra di essere fuori dal mondo perché del mondo non sai nulla. Invece ci sei profondamente dentro. Vivi e respiri la realtà come raramente ti accade di fare ogni giorno”.

Cesar aveva ragione. Nei giorni passati a camminare mi ero accorto davvero di quanto la mia vita di città fosse lontana da ciò che desideravo vivere. Ero assorto a ripensare alle parole che Cesar aveva pronunciato. Quando mi sono voltato, Cesar non c’era più. Ho gettato l’occhio fuori dal finestrino e l’ho visto che stava camminando verso il sottopassaggio. Stava per scendere le scale, ma sono riuscito a fermarlo in tempo.

Quando mi ha visto, ha alzato il braccio per salutarmi e mi ha urlato: “Non smettere di raccontare la tua storia!”.



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