''Cuor di leone'' in… Sierra Leone
Padre Mario Guerra era nato a Campagnola Emilia (RE) il 22 ottobre 1934. Dopo il liceo e due anni di teologia nel seminario di Guastalla, è maturato in lui il desiderio di farsi missionario, perciò chiese di essere accolto dai saveriani. Entra nel noviziato saveriano a 23 anni ed è ordinato sacerdote il 16 ottobre 1960.
Il rapimento nel 1998
Dopo due anni di studio della lingua e di servizio alla comunità saveriana della Gran Bretagna, nel 1963 p. Mario parte per la Sierra Leone. È assegnato alla missione di Magburaka come cappellano, a imparare il mestiere sotto la guida di un missionario già esperto. La prima parte della sua esperienza africana dura undici anni nella diocesi di Makeni. Tra il 1982 e il 1988, presta servizio di animazione missionaria in Gran Bretagna; poi torna in Africa per altri undici anni.
Proprio tra il 1988 e il 1999, la Sierra Leone è travolta dalla guerra civile. Nel 1998 i guerriglieri si accaniscono anche contro la chiesa, perché credono che sostenga il debole governo nazionale. Cominciano gli assalti alle chiese, private di ogni cosa. Missionari e suore vengono rapiti. Anche p. Guerra è fatto prigioniero il 15 novembre 1998.
Prima tappa: tredici chilometri a piedi, quasi di corsa. Padre Mario ha 64 anni, non ce la fa. Lo sostengono due giovani, ma la marcia continua giorno e notte verso la capitale. Là avviene lo scontro con i militari nigeriani. Nella confusione, p. Mario riesce a fuggire e a mettersi in salvo.
Le rovine e la nuova fioritura
Dopo un paio d’anni, sembra che tutto sia tornato in pace. Padre Mario riparte per la Sierra. Quello che vede è l’orrore: rovine dappertutto. La cosa che gli fa più impressione è la grande scuola secondaria “St. Francis”. Di tutto il complesso sono rimasti solo i muri; anche la chiesa della scuola era abbattuta. Poi c’era la sconcertante vista degli accattoni: la gente che muore di fame. Forse anche la sua resistenza interiore crolla. Padre Mario dal 2004 è in Italia per problemi di salute, lavora a Reggio Calabria e a Desio (MB); dal 2011 è nella casa madre dei saveriani a Parma.
Nel 2006 scrive al suo vescovo, mons. Biguzzi, da Reggio Calabria: “Penso di chiudere i miei ultimi giorni in meditazione e preghiera. Ho lavorato in Sierra Leone per tanti anni e mi ritengo soddisfatto. Ora lascio ai più giovani l’onere di continuare. Sono felice di essere stato parte di un’avventura di grande successo per la chiesa e il regno di Dio. Quando sono arrivato in Sierra, nel 1963, c’erano poche e vaste parrocchie, la chiesa non aveva salde radici.
Ora l’albero è cresciuto. È stato bello ed è bello rivederlo nella mia memoria. Quello che mi resta da fare ora è di pregare il Signore che il grande albero diventi una foresta di popolo santo”.
Come una barca bucata
Un ultimo pensiero p. Mario l’ha scritto a p. Angelo Ulian, suo compagno di classe. “Il Signore ci ha recentemente affidato il ruolo della sofferenza e della preghiera. Noi eravamo abituati a tanta attività che ci dava tanta soddisfazione; ora ci è affidato un altro ruolo sconosciuto e che, quindi, ci lascia perplessi e riluttanti.
Sono qui all’infermeria del quarto piano e ho vissuto questo ruolo già da vari anni. L’ho accettato come una richiesta del Signore.
Sto navigando su una barca bucata che sta affondando pian piano: metà polmoni, metà vista, metà udito, metà memoria, metà gambe… Eppure sono tanto sereno.
Mi preparo a tornare a casa. Nel cimitero del mio paese, c’è una tomba di un bambino, morto appena nato, su cui è scritto: «Dal cielo in terra volai. Vidi più bello il cielo e vi ritornai». Meraviglioso!”.







