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Con la missione nel cuore, In memoria di mons. Carlo Pedretti

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Venerdì 17 febbraio, presso la clinica "Ancelle della Carità", è deceduto mons. Carlo Pedretti, 87 anni, parroco emerito al Migliaro, giornalista, scrittore e grande amico dei saveriani.

Ho incontrato don Carlo la prima volta nel novembre del 1967. Passo sicuro, fronte alta e illuminata da un sorriso ampio, incoraggiante, mi ha subito conquistato. "Sei il nuovo arrivato?", mi chiese con garbo e simpatia. Avevo appena lasciato Roma, piena di sole, per trovarmi catapultato in via Bonomelli, chiusa nella nebbia fitta. "Vedrai che ti troverai bene, qui a Cremona", continuò, forse intuendo il mio disagio.

Una stima intensa e continua

Don Carlo voleva bene ai missionari. Li aveva conosciuti da seminarista negli ultimi anni '40 a Grumone, la prima sede dei saveriani. Lui stesso raccontava: "Volevo incontrare e parlare con alcuni amici saveriani e abbracciare il grande platano della riva Oleana". Diede un'ottima impressione, tanto che p. Augusto Luca gli disse: "Tu saresti un buon saveriano!". Non si sa la risposta del seminarista Carlo; si sa che da quel giorno la sua stima per i saveriani fu intensa e continua.

Erano i tempi del concilio Vaticano II che aveva portato un linguaggio nuovo e aveva spiegato l'importanza della parola di Cristo nel nostro tempo. Lo aveva ben capito don Carlo quando, attento relatore nel circolo culturale creato per i nostri studenti saveriani, spiegava quale doveva essere "la missione della chiesa nel mondo".

Coscienze e menti libere

"Bisogna uscire dall'orticello (hortus conclusus), dalla tranquilla quotidianità intellettuale in cui viviamo", era solito ripetere don Carlo nei suoi frequenti incontri con i nostri studenti. "Per fare il missionario - diceva parafrasando la Gaudium et Spes - bisogna recuperare a Cristo le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di coloro che soffrono". Per questo era necessario per il missionario studiare, sapere, conoscere le scienze sacre e profane, per non fallire la sua missione.

Egli stesso si era reso disponibile come insegnante del ginnasio superiore e dell'istituto magistrale, che avevamo appena istituito. Nel suo insegnamento usava modalità che andavano al di là degli aspetti puramente tecnici e formali, cogliendo quei contenuti che fossero capaci di formare coscienze e menti libere. "Aspettavamo le sue lezioni, sempre interessanti e stimolanti", mi confidò un suo alunno. "Con la sua voce dolce e rassicurante, ci faceva volare e ci inculcava il desiderio della missione, per la quale dovevamo essere culturalmente preparati".

Vocazione e organizzazione

Dal 1953 don Carlo, assieme all'indimenticabile mons. Cominetti, divenne una figura di riferimento costante per i saveriani cremonesi e non solo. La missione l'aveva nel cuore, coltivata dagli anni del seminario, quando era segretario del circolo missionario "Antonio Ripari", gesuita e martire nell'America latina. Sulla spinta del grande vescovo Giovanni Cazzani, uno dei più profondi estimatori di mons. Conforti, la vocazione missionaria del seminario di Cremona era stata corrisposta da giovani generosi, che hanno preso la via della missione. Don Carlo fu uno dei più intraprendenti nel sollecitare e incoraggiare la scelta missionaria.

Oltre a questi aspetti culturali e vocazionali, don Carlo si interessava anche ad aspetti organizzativi, forse marginali, ma che risolvevano problemi quotidiani della nostra casa. Era lui che mandava alle nostre feste religiose le giovani ragazze della sua parrocchia, perché servissero a tavola. E questo con qualche preoccupazione del rettore p. Pacifico Fellini, preoccupato che i suoi studenti non "si perdessero" alla vista delle agili movenze delle giovani inservienti.



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