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''Chicolandia'', l'ultimo quartiere

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Quando sono arrivato in Brasile nel 1976, ero stato invitato ad assistere i giovani universitari di Belém. Ma per caso e senza volerlo, ero entrato dentro una favela. Non avevo mai visto una cosa del genere. Almeno trentamila persone ammucchiate in un mare di scoli, di acqua putrida e fango con palafitte e ponticelli di legno quasi sempre pericolanti.

La bonifica della favela

Decisi di andare ad abitare con quella gente. Ci rimasi diciotto anni. Con me venne ad abitare uno studente del Brasile del sud. Aveva una voce bellissima. Ogni sera andavamo in una casa diversa, pregavamo, cantavamo, si apriva il cuore, si faceva amicizia.

C'era già un centro comunitario. Ne abbiamo costruiti altri tre. Erano molto utili per riunire la gente, conoscerci, sognare insieme, realizzare progetti. È stata una lotta dura. Organizzavamo piccoli gruppi che andavano crescendo sempre più. Così abbiamo ottenuto dalle autorità amministrative una specie di bonifica: è stato aperto un canale, sono stati collocati i tubi per l'acqua potabile, è stata portata la luce, è stata ricostruita l'unica scuola che esisteva, sono state fatte alcune strade.

Il bairro (quartiere) di giorno si svuotava. Molti andavano a lavorare in città. La sera ci si ritrovava e ci raccontavamo tante cose. Uno degli aspetti più tristi che sempre veniva a galla, era la mancanza di lavoro e di manodopera qualificata. Molti amici dall'Italia e dalla Germania ci hanno aiutato e così abbiamo potuto costruire un bel centro per corsi professionali: da lì sono usciti elettricisti, idraulici, sarti, cuochi... Infine, abbiamo costruito anche la nostra bella chiesa, dedicata a san Francesco Saverio.

Sui ponticelli delle palafitte

Poi i superiori mi hanno mandato ad Abaetetuba: una città che allora contava circa 80.000 abitanti, tutta circondata da fiumi. Davanti alla città ci sono 72 isole. Gran parte della periferia è terreno basso, facilmente allagabile. Così è buona parte della mia parrocchia, dedicata alla Madonna del Perpetuo Soccorso.

Quattro anni fa, uno dei terreni sempre allagati, di proprietà del sindaco Chico Narrina, è stato letteralmente invaso da centinaia e poi da migliaia di persone. A vederlo, era un pullulare di palafitte per arrivare alle quali è stato necessario costruire minuscoli ponticelli, alle volte costruiti con una sola tavola. Io ci vado, ma spesso mi appoggio a qualcuno che passa e che ha più senso dell'equilibrio di me.

Non vi dico la mia tristezza. Il Parà, la regione in cui viviamo, è grande quattro volte l'Italia, ma ha solo sette milioni di abitanti, contro i 60 milioni dell'Italia. Ma quando i poveri vogliono una casa non hanno un fazzoletto di terra: devono andare a finire sugli scoli.

Dedicato a Frei Galvâo

La cosa è tanto più triste quando si sa che il Brasile è un paese molto ricco di terre, foreste, petrolio e minerali. Ma ci sono i ricchissimi e i poverissimi. Conservo un giornale del 25 gennaio 2009. Vi è scritto: "Un banchiere possiede 15 fazendas sparse in sei municipi, con un'area di 510.000 ettari e circa un milione di capi di bestiame". È proprio così!

La mia gente ha però una ricchezza: una gran voglia di vivere e di costruire con le proprie mani un futuro migliore.

Stiamo lavorando per questo. Abbiamo iniziato a riunirci, a fare i nostri programmi. Ora vogliamo costruire un salone che serva per stare insieme, per fare progetti, per pregare, per sentirci una sola famiglia.

In omaggio all'antico padrone Chico Narrina, il quartiere è già stato battezzato "Chicolandia". Ma i cristiani di qui lo hanno dedicato a "Frei Galvâo", il primo santo brasiliano.



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