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Il 5 ottobre scorso moriva in un incidente stradale in Bangladesh p. Giovanni Abbiati, saveriano valtellinese. Pubblicando questo suo racconto inedito, lo ricordiamo come un missionario che, nella sua semplicità, ha saputo offrire la fede, testimoniandola con la propria vita a servizio dei poveri.

Un ragazzo così, che se ne va in giro a quattro zampe, l'avevo visto alcuni anni fa. Ma era dall'altra parte della strada. Quando invece ho incontrato Babu, stavolta era venuto vicino a me. Non mi ha chiesto apertamente l'elemosina, ma era ovvio che era in giro per quello.

Come una tigre...

Avevo trovato posto per la mia macchina sul traghetto che attraversa il Gange tra Doulotdia e Paturia. Babu mi aveva seguito sul balcone e si era sistemato lì vicino a me. Non volevo guardarlo direttamente, perché mi metteva un po' in imbarazzo. Ma con la coda dell'occhio vedevo che lui voleva attaccare bottone. Allora gli ho chiesto io come si chiamava. E lui si è sentito sollevato, capendo che poteva parlarmi in bengalese.

Era lì, con una gamba infilata nella ringhiera, appoggiato alla parete. Quando era fermo poteva stare dritto, in quel modo, ma quando si spostava non riusciva a stare in equilibrio, perché le gambe si piegavano in su e non in giù. I muscoli delle spalle e delle braccia si erano sviluppati in modo straordinario, per l'uso continuo. Anche lui abitava a Khulna e chiacchierando abbiamo passato la mezz'ora di tempo dell'attraversata. Così accadde anche un'altra volta.

Una domanda a bruciapelo

Alla terza occasione che ci incontravamo sul traghetto, mi chiese a bruciapelo se da qualche parte ci fosse la possibilità per lui di studiare. Non voleva passare tutta la vita facendo quello che faceva ora. A mala pena sono riuscito a tenere nascosta l'emozione-commozione che mi aveva preso.

Mi rassicurò dicendo che sua mamma l'avrebbe mantenuto. Così sono venuto a sapere che lui aveva una mamma, un fratello, una sorella, che aveva studiato fino alla classe settima, ma poi era scappato di casa. Seppi che era fuggito quando si era reso conto della sua situazione, verso i 12 anni. A casa era diventato irrequieto, ne combinava una al giorno, la mamma non riusciva più a gestirlo... Ma ogni tanto le telefonava a casa.

Tutti a quattro zampe!

Quando l'ho fatto salire sulla mia macchina per andare a Khulna, tra gli sguardi attoniti di una piccola folla, gli avevo detto che l'avrei portato dove c'erano altri ragazzi che studiavano. Ma quando siamo arrivati, lui non voleva scendere: aveva vergogna di farsi vedere camminare a quattro zampe.

È sceso dalla macchina ed è rimasto lì, appoggiato alla portiera. I ragazzi erano usciti per incontrarlo, ma erano timidi anche loro. Nel giro di dieci minuti il ghiaccio si è sciolto. Babu aveva già ispezionato i tre piani della casa, salendo e scendendo a quattro zampe, insieme agli altri che gli facevano da guida.

Nei giorni seguenti ho dovuto sgridare più volte gli altri ragazzi, che se ne andavano in giro anche loro a quattro zampe. Cercavano di imitare Babu, ma non raggiungevano la sua agilità.

Il sogno di camminare

Nei giorni seguenti ho fatto fare le lastre alle gambe di Babu. Oltre a essere nato con la rotula sul retro del ginocchio, aveva anche i piedi torti. Lui voleva solo finire gli studi, io speravo anche di farlo camminare.

Dopo averlo visitato, il professor Rinaldi mi ha detto che avrebbe provato a operarlo a un ginocchio. Se l'operazione fosse proceduta senza intoppi, avrebbe continuato facendo anche il secondo ginocchio. Così è avvenuto. E dieci giorni dopo, Babu è stato operato anche ai piedi.

Dopo tre mesi, gli è stato tolto il gesso e i "fili" d'acciaio che gli tenevano in linea le ginocchia. Per Babu è iniziato il calvario della fisioterapia.



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