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"Vorrei che tutti i popoli della terra sapessero che il Signore e Dio e che non ce n'è altri (Re 8,60)

Da sempre cerco di darmi ragione di quanto osservo nella vita; spesso capito in libreria e spendo tempo alla ricerca di libri mirati, cioè capaci di chiarirmi certe idee che mi frullano per il cervello; a volte la chiarificazione è immediata, altre volte ci arrivo passando per strade contorte, almeno in apparenza, senza ovvi legami con l'oggetto della ricerca.

La Risurrezione è una delle verità che più arrovellano la mia testa; è l'evento esplosivo che più mi appassiona: Dio, vincendo la morte, immerge l'uomo nella sua vita divina, e dà inizio ad un nuovo ciclo della creazione, è il vero inizio del suo Regno.

Fino qui le cose sono pacifiche, però non esaustive. Mi ha sempre stizzito la supposta allergia dell'africano al lavoro e il suo modo di spendere il tempo. Superficialmente noi occidentali l'abbiamo tacciato e trattato da retrogrado selvaggio, naturalmente prendendo come unità di misura il nostro modo di vivere e quindi la nostra cultura. In Africa ho osservato il nativo che passava beato le giornate sdraiato all'ombra, sull'amaca; ho sperimentato anche personalmente il caldo torrido. Ho tentato più volte di giocare a pallone con i ragazzi, oppure di fare alcuni lavoretti manuali attorno alla residenza, e mi rivedo più volte disteso sull'erba a pancia a terra per respirare. Una volta ho azzardato ad andare a prendere la posta in bici: andata e ritorno otto chilometri; ma ne ho avuto per tutta la giornata.

Quante volte ho osservato le mini terrazze in cui piantavano riso, cassava, arachidi, mi facevano sorridere; in quel terreno ondulato col sole cocente e l'acqua abbondante io stupidamente avrei progettato una coltura più aperta ed intensiva; ma ripassandoci dopo alcuni giorni, dopo uno dei soliti temporalacci equatoriali in cui la pioggia arriva a goccioloni grossi come noci e con violenza inaudita, constatavo che molte di quelle terrazze erano semplicemente evaporate.

Solo allora mi rendevo conto che loro avevano proprio bisogno dei nostri mezzi tecnici per affrontare la natura ricca ma scatenata: in fondo agivano da persone sensate. L'africano nella vita è molto sobrio; non ha bisogno di accumulare o di risparmiare; sole, acqua e foresta gli danno quanto quotidianamente gli occorre, anche se adesso sfrutta i nostri elettrodomestici per migliorare il suo tenore di vita.

Ora in casa sua siamo entrati noi, i civilizzati, e stiamo ribaltando tutto con le nostre idee: nuove dighe per l'elettricità, naturalmente rompendo l'equilibrio ecologico, deforestazione selvaggia, sfruttamento del suolo con monoculture intensive che sfociano nella desertificazione, sfruttamento di miniere e sottosuolo, depauperando l'Africa forse in forme da non più possibile ritorno.  Siamo come un'ondata di cavallette che rischia di azzerare tutto.

Scartabellando la storia nei suoi corsi e ricorsi con l'aiuto di un noto teologo protestante contemporaneo, ho fatto una scoperta molto interessante: il secolo XIX è stato per l'umanità un secolo importantissimo per l'enorme sviluppo della scienza e della tecnica con la conseguente apertura al progresso; l'uomo si è trovato in mano una potenza enorme con potenzialità di sviluppo quasi infinita in ogni settore. Finalmente pareva aver raggiunto la sua vera regalità; tutti i grossi problemi umani potevano essere risolti; si sentiva il nuovo dio.

È arrivato però il secolo XX e il meccanismo si è inceppato, innestando un corso storico imprevisto e perverso, una nuova logica nel vivere umano: scienza+tecnica=progresso per il consumo. È stato il secolo delle immani carneficine, della violenza e ferocia impensabili e vergognose , della deforestazione selvaggia, dell'inquinamento totale che rende invivibile la vita comunitaria in ogni settore. In nome del dio-profitto l'uomo sta oggi distruggendo e manomettendo tutto il suo abitacolo.

In questo scorcio di inizio millennio l'uomo con la scienza e la tecnica si accinge pure a smontare anche se stesso con la manipolazione; reclama per la scienza assoluta libertà da ogni condizionamento di ordine politico, ideologico e morale, e non s'è accorto che le lobby del profitto si sono messe all'opera per condizionare, indirizzare, selezionare e comprare come proprie le ricerche e le scoperte della biotecnologia e dell'ingegneria genetica; sono riuscite ad imporre la brevettazione fin dai primi istanti della clonazione umana; così l'uomo diventerà una cosa-oggetto di commercio con tutte le conseguenze.

Stiamo correndo verso una nuova schiavitù dai risvolti inimmaginabili. Qui è davvero il tempo di chiamare in causa la risurrezione- nuova creazione . L'uomo è stato concepito come collaboratore di Dio non nella distruzione e consumo del creato, ma nella valorizzazione delle sue potenzialità per la vera vita felice dell'uomo in cammino verso la casa del Padre. In questa linea l'Africa e tutti i poveri del mondo camminano più speditamente di noi.



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