Un pellegrinaggio alla tomba dei nostri martiri
Impressioni di un viaggio
Lo scorso gennaio il cognato di p. Ottorino Maule, con la sposa Carmela, il figlio Ottavio e suor Patrizia Maule, è andato in Burundi per pregare sulla tomba di p. Ottorino e visitare i luoghi dove questo Saveriano martire ha operato per diversi anni. Da quel viaggio è scaturito questo racconto.
Il Burundi è un bellissimo paese, di cui la guerra civile sta distruggendo la convivenza e l'economia. Al primo impatto, tutto sembra abbastanza calmo, se si escludono i molti soldati che si vedono in giro. Ben presto però, ci si rende conto che si vive in un perenne stato d'assedio.
Il giorno successivo al nostro arrivo, abbiamo visitato la tomba dei martiri (p.Ottorino Maule, p. Aldo Marchiol e Katina Gubert) posta accanto alla bellissima chiesa, costruita dai missionari Saveriani. Essa rimane a testimoniare con quanto impegno si sia lavorato e tuttora si lavori per portare aiuto a queste popolazioni che meritano di essere sostenute per la loro grande dignità e bontà.
Attorno alla chiesa ci sono ancora le baracche dei profughi, di quella "tanta" gente confinata con la forza sulle colline, in campi di segregazione in perfetto stile nazista. La sopraffazione di un'etnia sull'altra, con brutalità razzista, dà la misura di che cosa produce il non rispetto dei diritti umani calpestati con continuità e brutalità. Abbiamo pregato presso la tomba dei nostri martiri affinché intercedano per queste popolazioni, perché possano ritrovare la pace in una serena convivenza.
Poco abbiamo potuto vedere del Burundi, perché il rischio di muoversi per visitare le varie missioni era grande ed occorreva essere prudenti. Abbiamo visitato alcune realtà nella periferia della città di Bujumbura. Due giorni prima di Natale, presso una chiesa lungo il lago a 10 km dalla capitale, abbiamo partecipato alla distribuzione di 4 kg di fagioli e altri quattro di "moussalac", che è una farina integrata con sostanze di elevato contenuto nutritivo. Sono state distribuite 1200 razioni in base ad un elenco fornito dai capi collina.
Era impressionante vedere con quanta dignità quella gente aspettava la chiamata, senza fare scenate, e quanta povertà dimostrava il loro vestiario e la mancanza di recipienti o di un sacchetto in cui raccogliere quanto era dato. È una realtà inimmaginabile per chi, come noi, vive in un contesto diverso.
Abbiamo visitato il Centro dei Giovani a Kamenge, gestito da tre Saveriani, coadiuvati da tre suore Dorotee di Cemmo e da numerosi laici. Lì abbiamo potuto capire quanto, nonostante le molteplici difficoltà, questo Centro sia utile ad una comprensione fra le due etnie per una pacifica convivenza futura. Non è esagerato affermare che questo Centro prepara, assieme ad altre organizzazioni di volontariato, il Burundi del domani.
Altra esperienza particolare è venuta dall'accostarci alle chiese succursali dove, nei giorni festivi, i Saveriani vanno a celebrare la Messa in chiese fatiscenti, piene però di gente che esprime una forte religiosità e dalla quale noi abbiamo molto da imparare. Il giorno di Natale con p. Mario Pulcini abbiamo partecipato ad una prima Messa presso la cappella delle suore missionarie della Carità, dette di Madre Teresa, e ad una seconda in una chiesa con i muri di fango, coperta da un telo di nylon azzurro, ma con una corale da fare invidia alle nostre migliori.
Il giorno dopo abbiamo partecipato ad altre due celebrazioni eucaristiche, presiedute da p. Giuseppe De Cillia. La prima in una chiesa in fase avanzata di costruzione, avendo già la copertura in lamiera e le panche in muratura, mentre la seconda in una chiesa molto scura, costruita di fango e frasche accanto alla quale però ci sono già le fondazioni della nuova chiesa. Sia nella prima come nella seconda Messa, i fedeli partecipavano alle preghiere e ai canti con fede e devozione e mostravano con quanta dignità sapessero supplire l'evidente povertà.
Certo, quel poco che abbiamo potuto vedere e conoscere la dice lunga sulla situazione: case bruciate o devastate, gente fuggita, costretta a lasciare le case e salire sulle colline (meglio dire "campi di concentramento") ove cerca di sopravvivere alla miseria e alla fame nella speranza di un domani migliore. Una domanda viene spontanea: a che cosa serve che in questa difficile realtà i missionari rimangano lì, rischiando la vita, rendendo il loro lavoro periodicamente distrutto?
Forse, e senza forse, sono necessari oggi più di ieri, perché sono gli unici a rendere testimonianza della verità, perché - dicendo in franchezza - parte dell'episcopato e del clero locale è pavido e timoroso di urtarsi con il potere militare e civile; ricercano il quieto vivere piuttosto che il servizio ai fratelli. Il missionario invece, attraverso la sua testimonianza e il suo sacrificio può far scoppiare la pace. Proprio come diceva qualche anno fa nella cattedrale di Vicenza il giornalista Torelli: "Una goccia di bontà nel mare della vita, unita a tante altre gocce, può formare l'oceano della pace".






