Alla scoperta del mondo saveriano
A inizio anno, un gruppetto di ragazzi di Pradamano e Buttrio è partito alla volta di Parma per trascorrere qualche giorno in compagnia e conoscere meglio il mondo dei missionari saveriani, che proprio in questa città hanno la loro casa madre. Molti di noi hanno accettato questa proposta a occhi chiusi, spinti dalla curiosità per un mondo quasi del tutto sconosciuto.
Dopo la visita alla città di Parma e alle sue bellezze artistiche, siamo entrati nel vivo della nostra esperienza, conoscendo alcune persone che hanno scelto di vivere come missionari saveriani. Il concetto alla base di questa società di Vita Apostolica è la visione della vita che, in quanto dono, può essere paragonata a un cerchio i cui estremi si possono congiungere solamente offrendo la propria vita al prossimo. La vita dei missionari non è affatto una scelta di vita semplice. Quando parti non sai cosa ti aspetterà, quali situazioni dovrai affrontare, ma sei sicuro che, pian piano, riuscirai a instaurare un rapporto e un dialogo con la comunità. Potrai portare dei cambiamenti in situazioni difficili e far arrivare la parola di Gesù, anche dove apparentemente sembra impossibile.
In particolare, mi ha colpito la storia di una giovane ragazza, da poco diventata missionaria. Dopo essersi laureata in Scienze diplomatiche a Gorizia e aver proseguito gli studi a Ginevra, si è distinta tra i suoi compagni di corso e ha ottenuto un posto di rilievo come funzionario dell’Onu. Nonostante la rapida, brillante carriera e una vita apparentemente perfetta, a questa ragazza mancava qualcosa; la sua vita così com’era non le bastava più. Con molto coraggio, nonostante gli ostacoli posti dalla sua famiglia, che tuttora non ha accettato la sua scelta, ha deciso di stravolgere completamente la propria vita, lasciando tutto quello che aveva costruito alle sue spalle e diventando suora missionaria.
È sorto spontaneo chiedermi cosa possa spingere una persona, dopo tanti anni di studio e sacrifici e con un lavoro di prestigio, a lasciare tutto, partire e dedicarsi interamente al prossimo. Non so se c’è una vera risposta, ma di una cosa sono sicura: mentre parlava si vedeva una luce brillare nei suoi occhi, una luce di gioia e ricchezza interiore che nessun lavoro probabilmente potrà mai regalare.
Questo è stato solo uno dei tanti incontri a cui abbiamo partecipato durante la nostra permanenza a Parma. Ma ma noi tutti ricorderemo anche il grande calore con cui ci hanno accolto due coppie di missionari laici che hanno trascorso alcuni anni in Congo e Bangladesh, prestando assistenza e vivendo insieme alle persone del posto.
Ascoltando tutti questi racconti è emersa più volte la differenza tra un missionario e un volontario. Sono parole che nel linguaggio quotidiano, spesso e inconsapevolmente, confondiamo. Quando un missionario parte, parte per rimanere, per condividere, per costruire qualcosa di duraturo nel tempo e per lasciare un pezzo di sé. Diventare missionario è infatti un percorso lungo e difficile. Tutte le storie che abbiamo ascoltato, ne sono sicura, ci hanno fatto comprendere che qualcosa di molto forte, profondo e irrefrenabile spinge queste persone a intraprendere un percorso di vita così arduo.
Da tutte le esperienze dei missionari che abbiamo avuto la fortuna di incontrare, emerge un amore incondizionato per la vita, un amore verso il prossimo, fatto di piccole cose, di piccoli gesti quotidiani che possono rendere migliore la vita di molte persone!







