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L'Arcivescovo di Milano Mario Delpini celebra con i Saveriani a Desio

L'Arcivescovo di Milano Mario Delpini celebra con i Saveriani a Desio

Lunedì, 04 Dicembre 2017 Desio

FESTA DI SAN FRANCESCO SAVERIO E DEL 70° DEI SAVERIANI A DESIO

La comunità saveriana di Dsesio ha celebrato la Festa di s. Francesco Saverio oggi lunedì 4 dicembre 2017 insieme all’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, a sacerdoti della zona, a missionarie di Maria saveriane, alle suore ausiliarie di Desio e ad alcuni amici di Desio e della zona. Nello stesso giorno si celebra anche il 70° anniversario della presenza dei saveriani a Desio. Il momento centrale della giornata è stata la celebrazione dell’Eucaristia presieduta dallo stesso Pastore della chiesa di Milano. Nel vangelo Gesù dà un invito preciso di fronte alla costatazione che la messe è molta e gli operai sono pochi. Il vescovo, nella sua omelia, ci ha portato alla compassione di Gesù che è al cuore della missione. Ci possono essere quindi tanti modi di esprimere la compassione, ma quello che contraddistingue i suoi discepoli è   la compassione di Cristo. San Francesco Saverio si lasciò afferrare il cuore da questa compassione. Il cuore di San Guido Maria Conforti fu infuocato dalla stessa compassione di Cristo che si perpetua oggi nei suoi figli. Alla fine della messa, l’arcivescovo ha ringraziato i missionari saveriani per la loro presenza nella diocesi Milano che è segno della compassione di Cristo.

L’omelia di Mons. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano

Nell’omelia l’arcivescovo ha tracciato la caratteristica del discepolo missionario. Un uomo mosso dalla compassione di Cristo Crocifisso. Ecco le parole di mons. Mario Delpini:

Per la compassione cristiana

  1. C’è la compassione

Le storie e gli strazi, le ferite e le domande, le lacrime e le grida irrompono nel cuore, nella mente, delle viscere. Scavano  con un brivido, assediano lo stomaco con un blocco, agitano il cuore con una palpitazione, increspano la pelle. Si chiama compassione. Il dolore di una persona, di una famiglia, genera dolore. Attraverso gli occhi, perché si mostra la scena che fa vibrare qualche cosa, toccando corde sensibili; attraverso le orecchie, perché senti raccontare storie che suscitano una identificazione; qualche cosa nella condizione dell’altro risulta tuo, ti costringe a identificarsi, almeno nel “sentire” compassione.

  1. C’è la compassione impotente

Ma il male è così grande, il problema è così complesso, i bisogni sono così infiniti che insieme con il con-patire si insinua la persuasione dell’impotenza. Chi partecipa al dolore altrui si  sente schiacciato dal dolore e in più oppresso da un senso di colpa. Io sto bene, lui sta male e io non posso farci niente! È compassione impotente.

  1. C’è la  compassione repressa

Il fratello passa accanto al fratello, ma non lo vede, non lo sente. L’altro che soffre non fa soffrire, perché non c’è un luogo di incontro, non c’è possibilità di sentire quello che l’altro sente. Corazzati di indifferenza, ci sono uomini e donne che accolgono l’immagine o il racconto del vicino di casa, del collega di lavoro, del parente tribolato con la stessa imperturbabilità di quando sentono raccontare di Abele ucciso da Caino: è una storia vecchia, è una storia altrui. Che cosa c’entro io? Non conosco questo tal Abele... La compassione è repressa.

  1. C’è la compassione frenetica

Mosso da compassione l’animo intraprendente, si butta con tutte le forze per dare soccorso: inventa iniziative geniali, contagia molti con parole e proposte, muove risorse. Con tutte le sue forze: non perde tempo, non tollera esitazioni. Bisogna fare di più, di più. La motivazione iniziate tende a sfumarsi, l’agitazione prende il sopravvento, l’opera intrapresa diventa più importante del volto del destinatario, i numeri prevalgono sulle persone, il bilancio dell’associazione è ritenuto più eloquente delle storie vissute. I risultati si impongono con una eloquenza incontestabile e non ammettono osservazioni critiche, riserve sull’opportunità o la sensatezza degli interventi. È compassione frenetica.

  1. C’è la compassione cristiana

Il discepolo è persuaso che senza il Signore non può fare nulla, neppure provare la compassione giusta. Perciò in primo luogo obbedisce al Signore Gesù. E Gesù di fronte alle folle, alla constatazione della sproporzione tra la messe e gli operai, comanda anzitutto la preghiera. La preghiera non è una delega, non è una forma per sottrarsi alle proprie responsabilità, ma è un percorso di comunione con il Padre per ascoltare la sua voce, per condividere le sue intenzioni, per rendersi disponibile alla sua volontà.

“Pregate!” Perché la compassione sia cristiana è necessario vivere di preghiera.

E poi Gesù invia i suoi discepoli. Come il profeta, anche il discepolo inviato può avere la percezione della sua inadeguatezza (Ecco, io non so parlare, perché sono giovane). Ma la ragione del suo andare e del suo parlare non è nelle capacità di chi è inviato, ma nella compassione di chi lo manda perché  gli sta a cuore il destino del suo popolo. Perché la compassione diventi cristiana è necessario che diventi missione. La missione ricevuta da Gesù contiene il dovere della coerenza: non sarà possibile vivere la missione di Gesù con uno stile diverso da quello di Gesù. Perciò Paolo rivendica la differenza tra le attese dei pagani e quelle dei giudei, per affermare l’originalità della missione e predicazione cristiana: non invece annunciamo Cristo crocifisso.

Perché la compassione sia cristiana è necessario che diventi conformazione al Cristo crocifisso.

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