Il vangelo di domenica scorsa presentava la professione di Pietro e la sua investitura come primo responsabile dei dodici e del nuovo popolo cristiano. Ma oggi il vangelo descrive le prime emozioni di Pietro e il suo primo intervento e, possiamo dire, la sua prima clamorosa gaffe che resterà nella storia.
Pietro non accetta affatto l’annuncio della sofferenza e della morte del Messia.
“Dio non voglia, Signore, questo non ti accadrà mai”.
Ha un’idea totalmente diversa del Regno di Dio e del ruolo del Messia. Il messia non deve soffrire, non deve morire; il messia è per il trionfo.
Pietro vuole insegnare a Dio la strada da percorrere,
gli dà dei consigli per salvare il mondo.
- La reazione di Gesù è durissima: “Passa dietro di me, Satana", cioè gli dice: “Segui i miei passi, la mia logica,
cambia il tuo modo di pensare, non sei ancora discepolo,
perché il tuo parlare è mondano”.
Lo richiama, lo rimprovera. Domenica scorsa Pietro confessava Gesù, oggi Gesù sconfessa, smentisce Pietro ".
- Gesù sa che non saranno mai i potenti a risolvere le lacrime del mondo o gli errori del singolo.
Il male si risolve solo portandolo.
Pietro dovrà percorrere ancora molta strada, per essere davvero una “roccia” di riferimento.
“Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Sono tre indicazioni con tre imperativi.
Rinnega te stesso. La prima indicazione è un invito a cambiare direzione. Rinnegare se stessi è non metterci al centro del mondo, non voler emergere a ogni costo, non fare come tutti che lottano per essere visti e notati, per essere i primi e imporsi con i soldi e il potere. Rinnegare se stessi riposizionarsi: è mettere al centro Dio, il suo sogno, il Regno di Dio, la sua giustizia, il giusto rapporto con Dio e il prossimo. Non si tratta di mortificazione, di annichilamento, ma di liberazione per una vita piena, riuscita, per essere felice, mettendo al primo posto il protagonista della vita. Martin Buber riassume così il cammino dell'uomo: «a partire da te, ma non per te». Perché chi guarda solo a se stesso non si illumina mai.
Prendi la tua croce (la seconda indicazione è un invito al dono di sé). Comunemente identifichiamo la nostra croce col sopportare le contrarietà quotidiane, le fatiche, le malattie, cioè con tutte le cose della vita da accettare. Prendere la croce può diventare un autolesionismo, un modo di chiudersi nel proprio dolore, un modo passivo subire le avversità. Prendere la croce non è una esortazione alla rassegnazione.
La croce è nata come misura dell’amore, come dono fino in fondo della propria vita, senza paura di perdersi.
Gesù ne ha dato l’esempio. La Croce è stata la sua testimonianza massima d’amore per l’umanità. Gesù non ha amato il dolore, né l’ha cercato, né esige da noi sofferenze inutili. Ma è vero che amare a volte vuol dire aver la forza di sopportare disagi e soffrire nella vocazione che abbiamo di famiglia (padre o madre), di servizio, di lavoro nella società… Un invito a leggere il capitolo quarto dell’esortazione di papa Francesco: Amoris Laititia, che commenta il capitolo 13° della prima lettera ai Corinti…
Seguimi (la terza indicazione e la più importante: seguire Gesù). La vita cristiana non è una ideologia, una morale, ma è la relazione con una persona.
Gesù ci invita a passare dietro di lui, scegliere la sua persona, come riferimento, condividere la sue scelte, il suo progetto, camminare con lui nelle situazione diverse (vedere cercare amare Dio in tutto e in tutti). Non il cammino di un giorno ma di una vita.
“Il vero dramma dell’uomo non è perdere la vita, ma non incontrare nessuno che valga più della propria vita, non avere nessuno per cui valga la pena dare la vita”.
- Pietro nel vangelo ci assomiglia molto.
Non ci piace un Dio che soffre, vogliamo un Dio trionfante e glorioso.
Ma lui, che può evitare la sofferenza, l’abbraccia.
L’accetta nella sua semplicità d’amore.
La vive come dono.
Infatti…
+ La mamma, che soffre nel parto per dare luce al suo bambino, ama e si dona.
+ L’alpinista, che si arrampica con tanta fatica per raggiungere la vetta, è un appassionato, che ama la bellezza della natura e le sue capacità atletiche.
+ I genitori che passano la notte per assistere il bambino malato e piangente, hanno la tenerezza dell’amore e si donano per il bene della loro creatura. Ecc.
Gli uccisi n Congo sono testimoni di un dono d’amore…
Prendere la croce e rinnegare se stessi è una proposta di vita che contraddice la nostra logica della conservazione.
Realizziamo noi stessi se la nostra vita diventa dono, apertura, accoglienza.
E’ uno dei paradossi del Vangelo: perdere per trovare.
L’accento va non sul perdere ma sul trovare.
Il salmo 126: Alla fatica van tutti piangendo per il sudore che irrora la semina, ma torneranno con passo di danza portando a spalle i loro covoni.
La nostra vita non è raccogliere, ma seminare in ogni stagione. C’è futuro dove c’è fatica.
PADRE PIETRO UCCELLI
La fama di santità lo accompagnò per tutto il resto della vita, anima semplice e di carattere allegro, era innocente e limpido, rimanendo così fino alla morte, avvenuta il 29 ottobre 1954 nella casa dei Missionari Saveriani a Vicenza, dove le spoglie sono conservate nella chiesetta attinente alla casa stessa di Vicenza.






