C’è un uomo ricco…
C’è un uomo che festeggia e banchetta ogni giorno, che veste di porpora e di bisso, un lino pregiato importato dall’Egitto. Quest’uomo è una persona ricca ed è orgoglioso di mostrare tutta la sua opulenza nel vestire e nel mangiare.
Forse sale al tempio qualche volta durante l’anno, forse anche versa una abbondante offerta facendosi ammirare e ricevendo le lodi dei sacerdoti di turno.
Non si sa niente della sua condotta morale. Non si sa se è una persona onesta o corrotta, se ha guadagnato tanto denaro con il suo lavoro o con ruberie, oppure non si sa se la sua ricchezza è frutto di una eredità dal padre. Molti potrebbero dire: “Ha guadagnato i suoi beni e ha tutti i diritti di goderseli.”
C’è anche un uomo povero…
C’è anche un uomo veramente povero e il suo nome è Lazzaro. È un mendicante, abbandonato davanti la porta della villa del ricco. È privo di tutto: non ha casa, non ha vestiti, non gode una buona salute. Addirittura è coperto di piaghe, leccate dai cani randagi, che sembrano più umani degli esseri umani Non si sa se si trova in questo stato fin da principio oppure è diventato povero per cause che non dipendevano da lui. Ha avuto forse una malattia o ha subito una truffa o un rovescio finanziario imprevisto.
Si sa solo due cose:
- Brama sfamarsi con le briciole che cadono dalla tavola del ricco.
- E ha un nome, che l’unico nome che si trova tra i personaggi nelle parabole di Luca: Lazzaro, che vuol dire: Dio viene in aiuto. Indica la speranza secreta, che lo tiene in vita nella sua miseria.
Morte e sepoltura
Lazzaro muore per primo. Per lui la morte è una liberazione. Non c’è un funerale, il suo corpo è gettato in una fossa comune.
Ma Dio interviene e invia una processione di angeli per prenderlo e portarlo tra le braccia di Abramo, in alto, nel luogo riservato alle persone che hanno sofferto e che sono state oneste e buone.
Anche il ricco muore, ma non è accolto nel grembo di Abramo. La terra copre il suo corpo e ne assicura la decomposizione. Mentre la sua anima scende nello Sheol, nell’Ade, come scrive Luca in greco, cioè negli inferi, nel luogo del soggiorno dei morti, come si immaginava nel tempo.
L'abisso
Ora Lazzaro si trova in alto, nel grembo di Abramo, il ricco sprofonda in un abisso di fuoco. Chi prima era in alto, adesso è in basso e viceversa, chi prima era in basso, adesso è in alto. Le beatitudini di Luca ammoniscono chiaramente: “Guai a voi, ricchi, perché avete ricevuto la vostra consolazione”. “Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati”.
Una domanda viene subito in mente con forza: di quale peccato si è macchiato il ricco tanto da meritare l’inferno?
La risposta viene data nel dialogo tra Abramo e il ricco.
Nello Sheol, negli inferi, il ricco ha l'opportunità di vedere Lazzaro. Ora lo vede e lo vede felice, accanto al grande antenato.
Dal basso egli osa parlare con il Padre d'Israele, Abramo, e gli chiede di avere una sola goccia d'acqua tramite Lazzaro, per attenuare la grande sofferenza dovuta al calore.
"No, non è possibile! - gli grida Abramo -"Un grande abisso è stato messo tra noi e voi...».
Un abisso separa Abramo e Lazzaro dal ricco che si trova negli inferi.
Un abisso che il ricco ha scavato, già nella sua vita terrena, giorno dopo giorno, con la sua indifferenza.
Un abisso che ha origine nel suo cuore... chiuso, immobilizzato, che rifiuta di vedere e d’incontrare il fratello.
Il ricco, durante la sua vita, ogni volta che usciva e rientrava dalla sua villa evitava il mendicante che era sulla soglia e neppure lo guardava, non lo vedeva! “Era solo con il proprio egoismo, incapace di vedere la realtà”. Il suo peccato era esattamente quello di non vedere il fratello bisognoso. Non gli ha mai fatto del male, non l’ha mai disprezzato o cacciato, ma semplicemente non ha mai avuto per lui uno sguardo, un’attenzione di compassione, di ascolto, di incoraggiamento…
Ora Lazzaro è portato in alto, accolto nel grembo di Abramo, che proclama il diritto di tutti i poveri ad essere trattati come figli.
Ma “figlio” è chiamato anche il ricco, benché destinato all'inferno. Sofferente chiede una goccia d'acqua passando sopra l'abisso! E invece no, perché c’è l’abisso e non nella morte ci si converte, ma nella vita.
Chiede di dire una parola sola ai cinque fratelli. No, perché loro hanno Mosè e i profeti, hanno il grido dei poveri, che sono la voce e la carne di un Dio che si identifica con loro (ciò che avete fatto a uno di questi piccoli, è a me che l'avete fatto).
Si tratta allora, come Gesù, di «scegliere sempre l'umano contro il disumano» (David Turoldo), con quel suo sguardo amoroso e forte davanti al quale ogni legge diventa piccina, perfino quella di Mosè. (Cfr. Ermes Ronchi)
Il paganesimo dell'indifferenza
“La parabola del ricco e il povero è davanti a noi come un’immagine simbolica della realtà umana; ci sono ricchi che stanno bene e i poveri che stanno male.”
Papa Francesco ci dice: “Dio ci chiede d’affrontare la grande malattia del nostro tempo: l'indifferenza. È un virus che paralizza, che ci rende inerti e insensibili, un male che attacca il centro stesso della religiosità, causando un nuovo paganesimo estremamente triste: Il paganesimo dell'indifferenza.”
La coscienza di ognuno, illuminata dallo spirito, sa indicare la via per colmare l’abisso finché siamo in tempo.
Le parole di Gesù, infatti, non sono narrate per terrorizzare il nostro futuro, ma per ordinare e rettificare il nostro presente.
- Ci sono dei lazzari davanti alle mie porte? “Ci sono ancora mendicanti sulle strade, Ci sono ancora mendicanti sulle strade, ma noi diffidiamo della loro reale miseria; ci sono stranieri emarginati e disprezzati, ma noi ci sentiamo autorizzati a non condividere con loro i nostri beni. sentiamo autorizzati a non condividere con loro i nostri beni.” (Enzo Bianchi)
- Mi accorgo di loro, della loro vita, dei loro sentimenti, della loro sofferenza?
- Come posso dire di amare il prossimo quando non lo conosco e non so di che cosa soffre?
D.G. Vicenza, 27 settembre ’19
PADRE PIETRO UCCELLI
La fama di santità lo accompagnò per tutto il resto della vita, anima semplice e di carattere allegro, era innocente e limpido, rimanendo così fino alla morte, avvenuta il 29 ottobre 1954 nella casa dei Missionari Saveriani a Vicenza, dove le spoglie sono conservate nella chiesetta attinente alla casa stessa di Vicenza.






