Skip to main content
Casa Saveriana

Udine



Presentazione

La comunità saveriana di Udine è composta da missionari che hanno alle spalle una ricca esperienza missionaria, frutto di un periodo di vita passato in missione o al servizio della congregazione.


Oltre a prestarsi per alcuni incarichi comunitari di accoglienza e di manutenzione della casa, collaborano con la Caritas diocesana e con il Centro Missionario diocesano per l'animazione missionaria della pastorale nei suoi diversi settori. Inoltre, sono disponibili ad aiutare i parroci nel ministero pastorale.

La celebrazione della Parola e dell'Eucaristia dà l'opportunità di offrire ai fedeli un messaggio missionario, in sintonia con il nostro carisma saveriano.

 È una pastorale un po' itinerante, proprio in stile missionario; in certi periodi è veramente intensa tanto che non sempre possiamo rispondere a tutte le richieste che ci vengono rivolte.

In ogni caso diamo la precedenza ai gruppi che chiedono ospitalità nella nostra casa, prestandoci anche per l'animazione di incontri e ritiri spirituali.

Vogliamo soprattutto essere una comunità aperta, generosa e attiva nel servizio e nel donarci a tutti attraverso molte iniziative come: incontri e ritiri per giovani, visite e celebrazioni nelle parrocchie, accoglienza dei migranti, conferenze di formazione alla globalità e di testimonianza di vita, mostre missionarie, ecc.

Venite a visitarci!

USI E COSTUMI DELLA MORTE NELLA CULTURA DEL C I A D - AFRICA

Condividi su

La partenza di una persona cara o vicina per una ragione o un’altra è sempre un fatto significativo. In tutte le culture. Tant’è vero che nelle epoche archeologiche si possono riconoscere le presenze umane a partire dai resti delle tombe e delle diverse maniere di disporre o di ornare i corpi dei morti. L’Africa non fa eccezione. Anzi, mi pare di capire che la morte di qualcuno è il fatto che implica maggiormente tutta la comunità della famiglia allargata, del villaggio e perfino dei quartieri delle città.

Non posso dimenticare le forti impressioni dei miei primi tempi di vita missionaria nelle savane del nord del Camerun. Vedevamo passare in tutta fretta una giovane donna con il corpo cosparso di polvere o cenere, cantillando delle lamentazioni ad alta voce per essere intesa bene lungo tutto il suo percorso. Attraversava i villaggi situati in quella direzione e tutti avevano modo in pochi minuti di apprendere la notizia della morte del tale o della tale. Compresi con il tempo che in quello stesso momento altre donne stavano portando la stessa notizia in altre direzioni. Era il ‘telefono’ tradizionale, efficace e … poco costoso. In breve, si vedevano arrivare file di uomini o di donne che andavano nella direzione del villaggio del morto per cominciare le lamentele funebri e portare le condoglianze alla famiglia. Anche queste persone portavano sul loro corpo i segni del lutto e cantavano delle cantilene tipiche nelle quali spesso risaltava la domanda del ‘perché’ la morte, anzi il Genio della Morte, aveva ancora una volta colpito.

Secondo l’importanza del defunto, delle folle si riunivano e per gruppi danzavano tutto attorno al complesso di casette che costituivano una famiglia. Gli uomini avevano normalmente in mano un bastone con cui per momenti uscivano dal cerchio e inscenavano una sorta di battaglia contro Matna, il Genio della morte. Ricordo com’ero shoccato vedendo che durante le veglie che precedevano la sepoltura, si beveva abbondantemente, si mangiava, si giocava a carte, si costituiva un vero piccolo mercato nelle vicinanze… Ai miei occhi occidentali tutto questo mi pareva una mancanza di rispetto per le famiglie colpite dal dolore. Dopo qualche tempo dalla sepoltura, la famiglia ‘festeggia’ la chiusura delle manifestazioni funebri richiamando ancora una volta i conoscenti per dei riti e per un pasto in comune.

Riflettendoci su, mi pareva di vedere in tutti questi riti comunitari proprio la voglia di lottare contro la forza tragica della morte per allontanarla e fare in modo che la vita continui a vincere contro di lei. In questo senso anche la presenza massiccia di tutta la comunità, dei parenti, amici, conoscenti, potrebbe significare la rivincita della vita sulla morte. E – chissà? – forse anche quella maniera disinvolta di vivere le veglie poteva essere simbolicamente una specie di esorcizzazione della paura, che la morte sempre crea.  

In altri contesti culturali – sempre africani – il tempo della morte è il tempo di complessi rituali tradizional,i ai quali i gruppi non rinunciano mai. Anche quando i membri della famiglia avessero raggiunto un livello intellettuale rispettabile, all’occasione della morte si ritorna sempre alle tradizioni che dimostrano avere delle radici socio-culturali profondissime. Anzi, nelle città africane avviene un fenomeno di elaborazione di nuovi riti e di creazione di nuovi simboli, indotti anche dalla convivenza di culture diverse su un territorio ristretto: divise, fazzoletti, sciarpe particolari portati dai membri della famiglia per essere riconosciuti; regalo alla famiglia di lenzuoli e tele bianche (il bianco in Africa è il colore della morte); uso abbondante di profumi forti; lunghi cortei di auto e di moto per condurre al cimitero il defunto preceduto da una foto gigante; ecc.

In certi gruppi culturali, i familiari sono sepolti nei dintorni della residenza familiare, a volte addirittura nel cortile di entrata o anche nella camera del defunto. Queste usanze erano naturalmente possibili in contesto rurale. I bambini giocano tra una tomba e l’altra, le caprette saltellano da una all’altra, gli adulti mantengono la memoria delle persone lì sepolte: qui c’è il nonno, là c’è papà … Certi clan in Camerun conservano il cranio delle persone considerate ‘antenati’ in una cameretta speciale, un mini santuario, e in occasioni particolari una persona incaricata fa dei riti che manifestano il rispetto e la venerazione di quegli antenati da parte di tutta la famiglia. E’ in un certo senso il corrisponden-te dei fiori che nei paesi europei si ha la tradizione di porre sulle tombe in segno di affetto.  

L’anno scorso a Ndjamena, capitale del Ciad, ho scoperto altre tradizioni ancora, probabilmente provenienti dal sud del Paese. Il 2 novembre ci sono delle famiglie che s’installano in cimitero presso le tombe dei loro cari e passano la giornata come fosse un pik-nik festivo in cui naturalmente non manca mai cibo e bevande. Altra maniera di onorare i morti. I giorni precedenti, una folla di persone si riversa sull’immenso cimitero della città per fare le pulizie e liberare dall’erba ormai secca le tombe dei morti della famiglia. Ognuno arriva munito di pale, rastrelli, machete, carriola: durante la stagione delle piogge il cimitero è stato invaso dalle erbe. Ma le piogge sono ormai finite e normalmente la stagione secca è già cominciata. Tutte le erbe sono secche. Non si tratterà di portare fiori : siamo alle porte del deserto e i fiori sono rarissimi ! Eventualmente in città si possono trovare dei fiori di plastica… Ma non è nelle abitudini. Comunque il cimitero – almeno quel giorno – sembra ‘bello’, liberato dalle erbe e arbusti.

Nel 2020-21, nel pieno della pandemia del covid, era stato proibito portare le salme dei defunti in casa, una volta ritirate dalle celle mortuarie. Ma le tradizioni sono state più forti di tutte le ingiunzioni delle autorità. Ricordo in particolare la morte di una signora molto conosciuta e amata in uno dei centri che noi missionari serviamo. Hanno portato il feretro a casa, in un cortile stretto dove la gente si era stipata come le sardine in scatola… Le strade adiacenti erano anch’esse piene di gente venuta per ‘piangere’ la signora scomparsa. Il caldo era insopportabile. Mi hanno chiamato per fare una preghiera prima di portare la salma al piccolo cimitero cristiano della località. Mi sono fatto largo come ho potuto tra la gente, inorridito della quantità di persone che non avevano alcuna intenzione di rispettare la regola della distanza. Mi sono detto tra me che se il covid colpisse davvero in queste contrade in breve ci sarebbe una strage. Ho animato una brevissima preghiera, chiedendo poi alla famiglia di portare in tutta fretta la salma al cimitero in modo che la ressa si diradi. Tutta la folla si è poi riversata al cimitero… Niente da fare. Le abitudini sono talmente radicate!... Conclusione? Nessuna strage, la vita ha continuato esattamente come prima.

Certamente gli antropologi avrebbero molte cose da dire e delle conclusioni da tirare dall’analisi dei comportamenti di cui sto parlando. Un elemento che mi pare difficile da contestare è questo: il modo di vivere o di celebrare la morte rivela il senso che un gruppo umano dà alla vita stessa. Se l’Occidente ha paura della morte, ha paura anche della vita. Eliminare i riti, i segni e i simboli è una povertà ‘umana’, antropologica. Le sensibilità sono certo diversissime da una cultura ad un’altra. Ad esempio, l’Occidente ha tendenza a fare silenzio davanti alla morte; piange discretamente. L’Africa ha bisogno di esprimere i sentimenti in maniera visibile e udibile: tamburi, canti, danze, segni sul corpo, grida di dolore, nenie funebri … Il mio sentimento è che queste modalità conservino una ricchezza umana incredibile. Sarebbe un peccato se l’Africa dovesse perderla.

Per finire, cosa posso dire io, come missionario della Buona Notizia della Vita? Il terreno è pronto ad accoglierla. Il senso della continuità che esiste tra questa vita e “l’al-di-là”; la ‘comunione’ tra vivi e morti; il senso vivo della presenza efficace degli antenati; il bisogno di far continuare la vita in questo mondo e di migliorarne la qualità, lottando contro la forza incontrollabile della morte, mi paiono elementi che potremmo chiamare pre-evangelici. Il Vangelo li assume e dà loro una forza nuova, un’apertura infinita.

La continuità tra il presente e “l’al-di-là” non è solo un bisogno del cuore, un tentativo di sopravvivenza. Per il Cristiano, essa prende il volto concreto di Gesù, uomo storico, che noi crediamo entrato in una nuova forma di vita definitiva destinata a tutti. Il legame profondo tra vivi e morti – che noi chiamiamo ‘comunione dei santi’ – si basa naturalmente sulla fede nella vita nuova inau-gurata da Gesù. Su questa fede s’inserisce spontaneamente anche quel legame particolare che noi viviamo con i nostri ‘antenati’ martiri e santi, ma anche con le persone conosciute, che sono state per noi significative e testimoni della nuova vita portata da Gesù. Infine, anche l’impegno a lottare contro tutte le forme di morte, di distruzione o semplicemente di spregio e mancanza di rispetto della vita fa parte della fede cristiana ed è ancora una volta fondata su Gesù Cristo. Non è né un’ideologia, né una filosofia. Non è un sogno beato, un puro sentimento, ma è esperienza di vita, anzi della Vita.  Esperienza della presenza permanente del Vivente che è Gesù risorto.                           

P. ARMANDO COLETTO di Fagagna



Logo saveriani
Sito in costruzione

Portale Unico dei Saveriani in Italia

Stiamo finalizando la nuova versione del portale

Saremmo online questa estate!

Ti aspettiamo...

Versione precedente del sito