«Non so cosa accadrà a Taipei, ma noi continueremo ad esserci»
Il mondo come famiglia unica e di fede universale». Questa la missione di don Giuseppe Matteucig, padre saveriano originario di Feletto Umberto, missionario a Taiwan, di recente rientrato per un saluto alla sua comunità di origine.
Da piccolo, racconta, si domandava come fosse il mondo là fuori. Nacque così in lui la vocazione per la missione, per contribuire alla costruzione di ponti con le altre culture. Singolare che la sua vocazione l’abbia portato in questi ultimi anni sia in Cina che a Taiwan, due paesi che, come è noto, stanno vivendo momenti di crescente tensione.
Don Beppino, come tutti lo chiamano, ha completato la sua formazione tra l’Italia e gli Usa, per poi rientrare negli Stati Uniti dopo l’ordinazione sacerdotale (1984), e prestare servizio in Michigan. Nel 1993 è partito come missionario per Taipei e successivamente per la Cina. Dopo 12 anni è stato richiamato negli Stati Uniti, prima di riprendere il volo per Taiwan ed è qui che opera tuttora.
Don Matteucig, è tornato a Feletto dopo tre anni, come ha ritrovato la sua comunità?
«Chiaramente per alcuni aspetti cambiata, a partire dalla pandemia che ha inciso molto sulle relazioni delle persone a me vicine. È stato anche un ritorno di belle scoperte, una su tutte don Marcin, il nuovo parroco, che con le sue capacità di aggregare e il suo entusiasmo contagioso ha creato un ambiente di grande creatività e vivacità».
Dall’entusiasmo di un parroco alla vita di un missionario... come descriverebbe questi due distinti percorsi di fede?
«Personalmente non vedo differenza: siamo tutti in missione. I parroci qui in Friuli hanno una missione più “locale”, con l’auspicio che si crei una comunità a sostegno della parrocchia. Anche a Taipei, in Taiwan, abbiamo la parrocchia: è innanzitutto uno spazio di vita comunitaria: viviamo in quattro nella stessa casa, di Paesi e continenti diversi, ma con la medesima missione: aiutare il prossimo».
Che impatto ha la vostra scelta di vita comunitaria?
«Una volta per strada mi fermò una signora, per altro non cristiana, che mi chiese: “Qual è la vera realtà: quella della tv, in cui si parla di guerre e tensioni o quella della vostra comunità, in cui si vive, si studia, si dipinge e anche si fa la spesa insieme?”. Lí, in momenti come quello, ti rendi conto che questo diverso cammino è soprattutto testimonianza».
Qual è invece il cammino della Chiesa di oggi?
«Lo stesso di tutti noi, a cui non è dato conoscere il futuro. Invece di rimpiangere il passato, anche sugli errori commessi, dovremmo avere la curiosità di chiederci dove ci sta guidando lo Spirito Santo, questa energia che muove la Terra. È un cammino ad infinitum, anche tra le difficoltà, ma che ci porta a vivere in profondità il rapporto quotidiano e personale con la fede. Così che la comunità non sia di valori solo sulla carta, ma anche nella vita».
Da “cittadino del mondo”, cosa ha imparato dall’incontro con le altre fedi?
«Innanzitutto ho imparato a non scappare dal mondo indifferente ma a cercare di trasformarlo con compassione, con un continuo interscambio con l’altro, a condividere un dono anziché tenerselo stretto. Penso a noi cattolici, ad esempio, che a Taiwan abbiamo compreso l’importanza della meditazione dai buddhisti, così come loro hanno colto dal mondo cristiano il grande significato delle opere di misericordia».
Taiwan, come sappiamo, vive una delicata situazione internazionale, cosa si aspetta al suo ritorno a Taipei?
«Per ora la quotidianità va avanti regolarmente. Certo i recenti episodi non migliorano la situazione, ma da anni in realtà assistiamo a operazioni militari della Cina. Poi si può parlare sull’opportunità o meno di certe scelte politiche, come la visita della Pelosi; ma si può anche cogliere tutto questo come un messaggio alla Cina, di qualcuno che le ricorda che il mondo è più grande di lei».
Cina che per altro lei conosce bene, dato che ci ha vissuto per anni...
«In Cina esistono due Chiese, una ufficiale e una sotterranea, perché come sappiamo il Governo esercita un forte controllo, non consentendo a un’altra entità di creare comunità tra i cinesi; un esempio è quello della proibizione ai minori nel partecipare ad attività religiose. Però prima di Mao i cattolici erano tre milioni e oggi, dopo prigionie, totalitarismi e continue oppressioni, quasi sei volte tanto».
Come se lo spiega?
«È un’ulteriore testimonianza del fatto che anche quando il giardino si restringe, il messaggio si diffonde comunque. Con i confratelli a Taipei non sappiamo cosa accadrà domani, ma sappiamo che, come tutta la comunità, continueremo ad essere presenti per il prossimo».
David Galimi
Questo Articolo è stato pubblicato su “ Vita Cattolica” della Diocesi di Udine in Ottobre 2022, e porta la firma di DAVID GALIMI.





