Vita religiosa e missione, Come la radice e la pianta
IL DIALOGO INTERRELIGIOSO
Nel linguaggio dei documenti ecclesiali postconciliari ha avuto la meglio l’espressione “vita consacrata”. Il Concilio, nel decreto Perfectae caritatis (PC), che ne stabilisce il rinnovamento e l’adattamento, preferisce “vita religiosa”, ma nella costituzione Lumen gentium, al cap. VI, pur conservando l’espressione tradizionale “vita religiosa”, parla anche di “consacrazione”. Ambedue le espressioni hanno le loro buone motivazioni e i loro vantaggi. Forse solo l’uso di entrambe può mettere in evidenza l‘intima natura e la profonda ricchezza della realtà cristiana che esse designano.
La tensione apostolica è elemento in qualche modo essenziale di questa “intima natura” e di questa “ricchezza spirituale”.
In vari punti il Concilio, con accenni sobri ma chiari e fondamentali, richiama la vita religiosa alla sua natura missionaria. Anzi tutto, nel porre come radice e criterio del rinnovamento richiesto la sua identità profonda, ossia il suo legame fondamentale, essenziale, con l’esempio e l’insegnamento di Cristo: “Essendo norma fondamentale della vita religiosa il seguire Cristo come viene insegnato dal Vangelo, questa norma deve essere considerata da tutti gli istituti come la loro regola suprema” (PC 2).
LA “VITA RELIGIOSA” RADICE DELLA MISSIONE
E’ in questa identificazione radicale con Cristo che il religioso scopre di essere chiamato a condividere il rapporto di Gesù con il Padre, e il suo essere inviato dal Padre per la salvezza del mondo: “I religiosi… lasciando ogni cosa per amore di Cristo, lo seguano come l’unica cosa necessaria, ascoltandone le parole e pieni di sollecitudine per le cose sue. Perciò è necessario che i membri di qualsiasi istituto, avendo di mira unicamente e sopra ogni cosa Dio, congiungano tra loro la contemplazione, con cui siano in grado di aderire a Dio con la mente e col cuore, e l’ardore apostolico, con cui si sforzino di collaborare all’opera della redenzione e dilatare il regno di Dio” (PC 5).
E’ qui che viene riscoperta la dimensione apostolica originaria di ogni forma di vita consacrata o vita religiosa.
Se, infatti, l’espressione “vita religiosa” dice riferimento al Padre, in Cristo e con Cristo, “vita consacrata” (ossia, “messianica”) dice la condivisione della missione di Cristo, del suo essere inviato nel mondo. Entrambi gli elementi sono co-essenziali all’identità profonda di questa forma di vita nella Chiesa, ma il primo è come la radice del secondo, e il secondo come il tronco ed i rami che ne nascono e ne sono nutriti.
I RELIGIOSI TRA I PRINCIPALI ARTEFICI DELLA MISSIONE
Non a caso, storicamente, i religiosi sono stati i principali artefici della missione, proprio in quanto chiamati a condividere in modo particolarmente intenso, radicale, la vita di Cristo nella sua comunione con il Padre, e nella sua missione al mondo. Basti ricordare l’opera di evangelizzazione dei Benedettini nell’Europa del Nord, le missioni dei Francescani e dei Domenicani nell’Africa Settentrionale e nel vicino, medio ed estremo Oriente, alle quali si affiancarono nell’epoca moderna, con nuovo slancio e nuovo metodo, le missioni dei Gesuiti, degli Agostiniani, ecc., nei cinque Continenti.
Anche nel rinnovamento della vita religiosa, del secolo XIX, numerosi sono, a fianco dei nuovi istituti specificamente missionari, gli istituti religiosi dedicati principalmente o anche esclusivamente alle missioni. Ancora oggi, tra quanti, nel mondo intero, faticano per la diffusione del Vangelo sono ancora importanti, anzi essenziali, i religiosi e le religiose, i consacrati e le consacrate. La segreta fonte da cui nasce e da cui è alimentata questa costante della storia missionaria della Chiesa, sta proprio nella dinamica correlazione e mutua fecondazione tra l’intimo incontro con Dio vissuto nella preghiera, ossia nella dimensione “religiosa”, e la “consacrazione” ossia la “missione” a portare la “buona notizia”, la vita nuova in Cristo, a tutte le genti.
Il rinnovamento della vita religiosa o vita consacrata in atto nella Chiesa oggi passa inevitabilmente tra le difficoltà proprie di ogni rinnovamento e quelle caratteristiche della nostra epoca.
Ma il suo criterio ultimo e supremo sarà necessariamente un rinnovato riferimento a Cristo e una rinnovata identificazione con Lui, il Figlio rivolto al Padre, sempre in comunione con Lui, e suo inviato, consacrato e mandato nel mondo per la salvezza di tutti. E’ solo all’interno di questa prospettiva cristologica che gli istituti religiosi, attraverso il rinnovamento del proprio carisma, non solo identificheranno meglio il proprio campo specifico di azione nel mondo, ma anche la fonte per alimentare il proprio entusiasmo, e la perseveranza nel dono di sé.
GLI ISTITUTI DI VITA CONTEMPLATIVA
Il Concilio richiama la vocazione missionaria di tutti gli istituti di vita religiosa anche nel decreto sulle missioni: “Gli Istituti religiosi, di vita contemplativa ed attiva, hanno avuto fin qui ed hanno tuttora una parte importantissima nell’evangelizzazione del mondo” (AG 40). E, riferendosi esplicitamente agli Istituti di vita contemplativa, prosegue: “Gli Istituti di vita contemplativa, con le loro preghiere, penitenze e tribolazioni hanno la più grande importanza ai fini della conversione delle anime” (ib.). In questa affermazione non può sfuggire l’espressione “la più grande importanza (maximum momentum)” che certamente non va presa come espressione enfatica o retorica ma come precisa affermazione teologica. Non dimentichiamo che compatrona delle missioni, con San Francesco Saverio, è Teresa di Lisieux, una giovane claustrale morta di tubercolosi a soli 24 anni!
GLI ISTITUTI DI VITA ATTIVA
E agli Istituti di vita attiva il Concilio così si rivolge: ”Gli Istituti di vita attiva, sia che tendano sia che non tendano ad un fine strettamente missionario, devono in tutta sincerità domandarsi dinanzi a Dio, se sono in grado di estendere la propria azione al fine di espandere il regno di Dio tra le genti; se possono lasciare ad altri alcune opere del loro ministero, per dedicare le loro forze alle missioni; se possono iniziare un’attività nelle missioni, adattando, se necessario, le loro costituzioni” (ib.). Anche questo accorato appello non va in nessun modo preso come esortazione retorica, ma, trattandosi di un decreto del Concilio, come precisa e sicura indicazione da parte della Chiesa, indicazione che, come abbiamo sottolineato, si fonda sulla presa di coscienza della natura stessa della vita religiosa come particolare identificazione con Cristo e, quindi, particolare partecipazione alla sua missione.
GLI ISTITUTI SECOLARI E I MOVIMENTI
Infine il Concilio, che in tutta la sua ispirata riflessione, ha sempre sentito fortemente l’urgenza della missione, proponendosela come uno dei propri fini (cfr. SC 1) e uno dei temi che ne solcano e pervadono tutti i documenti, non dimentica di indicare la missione come ambito di azione preferenziale anche ai nascenti Istituti secolari ai quali possono certamente essere affiancati i grandi “movimenti” che lo Spirito Santo ha suscitato nella Chiesa in questi ultimi tempi come vera primavera rinnovatrice.
Una conclusione altamente ispirata
La conclusione del decreto Perfectae caritatis esprime in modo esemplare e bellissimo l’urgenza missionaria – quale dimensione dominante del Concilio – con parole altamente ispirate: “Tutti i religiosi… animati da fede integra, da carità verso Dio e il prossimo... diffondano in tutto il mondo la buona novella di Cristo, in modo che la loro testimonianza sia palese a tutti e sia glorificato il Padre nostro che è nei cieli” (PC 25).
E’ importante cogliere, insieme alla forza sintetica, anche l’ampiezza e l’universalità veramente missionaria di questa conclusione del decreto conciliare sulla vita religiosa. In essa:
- 1. si parla di tutti i religiosi;
- 2. si chiede loro di essere animati dalla carità verso Dio (dimensione “religiosa”) e verso il prossimo (“consacrazione” per la missione);
- 3. per diffondere in tutto il mondo la bella notizia dell’evangelo di Cristo;
- 4. in modo che la loro testimonianza (sintesi vitale di vita religiosa e vita consacrata, di vita contemplativa e vita attiva);
- 5. sia palese a tutti.







