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USCIRE, MA CON LA VESTE NUZIALE DELLA CREDIBILITÀ!

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È il manifesto del pontificato di Francesco, l’Evangelii gaudium, a lanciare il motto “Chiesa in uscita” e a mettere a fuoco la missione come essenza della Chiesa: “Fedele al modello del Maestro, è vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura”. La Chiesa ha dunque l’obbligo di uscire dai suoi confini sacrali, di immergersi nella storia degli uomini e delle donne, condividendone gioie e dolori, sogni e speranze. Deve porre la propria lampada sul lucerniere e toglierla da sotto il moggio, dove forse la si voleva proteggere da qualche ventata improvvisa e contraria. Tuttavia, dovendo intervenire come vescovo di provincia nell’ennesimo contenzioso fra due gruppi di una parrocchia che ha gettato il parroco in depressione e lo ha deciso a dimettersi, di fronte a un paese diviso in due, sento sempre più il bisogno di una “Chiesa in uscita”, ma con la veste nuziale, il più possibile linda e senza strappi! 

Altrimenti la missione sarà opaca e infruttuosa. È urgente che la Chiesa persegua con decisione la credibilità. C’è bisogno di una “Chiesa in uscita” che sia credibile per la coerenza o il tentativo percepibile di esserlo, così da ricevere attenzione e ascolto interessato e forse anche stupito. Questo è accaduto nei primi tempi alla Chiesa di Gerusalemme, quando la realtà circostante era colpita dai segni che essa offriva, destando simpatia e positiva inquietudine: “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola [...] e tutti godevano di grande favore” (At 4,32-33). È la credibilità l’urgenza prioritaria della comunità cristiana oggi. Il tesoro affidatole in fragili vasi di creta rischierà altrimenti di non essere preso in considerazione, non per la fragilità, quanto per la muffa, la sporcizia e le crepature dei recipienti. Pur sapendo che non sarà possibile rifarsi una verginità compromessa lungo la sua storia bimillenaria, la comunità potrà sempre professare che il Signore le offre di rialzarsi, riprendere il cammino. Una Chiesa credibile non significa una Chiesa di catari, eroi e cristiani perfetti, ma di peccatori che tendono alla santità, cercando di incarnare la logica folle delle Beatitudini, vivendo una costante conversione. Per questo, Francesco ha scritto Gaudete et exultate, indicando la via dei santi della porta accanto, come via regale per una Chiesa missionaria. Dobbiamo prendere sul serio il Vangelo, nelle relazioni e nei conflitti, interni ed esterni, non risolvendoli con i criteri del potere e della furbizia, ma con la mitezza e la nonviolenza. 

La Chiesa sarà credibile, nonostante tutte le ombre gli scandali e la corruzione, se saprà rischiare secondo la differenza cristiana, in una gestione trasparente dei suoi beni, rifuggendo da calcoli e tatticismi politici e vivendo esperienze di fraternità e amicizia in Cristo, pur sapendo quanto difficili siano ed esposte a delusioni e illusioni. È necessario sognare una Chiesa segno e strumento di comunione, dove si cerchi insieme di realizzare una rete di rapporti armoniosi, liberi da pregiudizi e antiche ostilità; dove offrire misericordia e perdono, abbandonando la distruttiva pratica della critica malevola e diffidenza sospettosa e ostile. Sarà bene tornare alle pagine paoline sulla vita cristiana (Rm 12; Col 3,1-17), quale manifesto a cui attenersi quotidianamente: “Fate tutto senza mormorare e senza esitare, per essere irreprensibili e puri, figli di Dio innocenti… risplendete come astri nel mondo, tenendo salda la parola di vita” (Fil 2,13-16).



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