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UNA CHIESA AL SERVIZIO DEL MONDO INTERO / INTERVISTA AL CARDINALE GIUSEPPE BETORI

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La Chiesa fiorentina ha ormai 59 anni di esperienza di cooperazione missionaria con l’invio alle giovani Chiese del Sud del mondo di preti e laici fidei donum e di comunità religiose: come valuta questa esperienza? Quali le ricadute all’interno della diocesi?

Potrei dire che la Chiesa fiorentina, grazie a questa esperienza, è “in uscita” ormai da quasi 60 anni. Ricordo con profondo affetto la figura di d. Renzo Rossi, che fu il primo a iniziare l’avventura della missione in un paese particolarmente problematico come il Brasile, dove, oltre all’aiuto spirituale e materiale da lui offerto ai poveri, vanno ricordati la vicinanza e il conforto da lui portato ai prigionieri politici in carcere durante la dittatura militare. 

Dopo le prime partenze, per iniziativa per lo più di singoli che si sentivano chiamati a questa vocazione missionaria, col tempo è sempre stato più chiaro che era la Chiesa fiorentina che mandava i missionari. Così, dopo i preti, si sono coinvolti anche gli istituti religiosi, in particolare le Suore Francescane dell’Immacolata e le Suore Stabilite nella Carità, e poi anche laici, famiglie e singoli. I miei predecessori e anch’io abbiamo sempre sostenuto e incoraggiato questa missione ad gentes, perché la vita cresce quando la si dona. 

Le ricadute sono evidenti. È cresciuta la nostra sensibilità e il senso della comunione cattolica, e questo ci ha spinto a superare la tentazione, sempre in agguato, del provincialismo. Abbiamo imparato più e meglio cosa vuol dire evangelizzare, abbiamo visto che non si può evangelizzare senza farci carico anche della promozione umana, della dignità delle persone, senza impegnarci nel contrastare le ingiustizie e violenze che si consumano nel mondo. Infine, grazie a questi missionari e missionarie, anche noi preti abbiamo preso sempre più coscienza che siamo ordinati per la Chiesa universale, e quindi a servizio del mondo intero; è cresciuta la consapevolezza che il mondo non finisce con la nostra parrocchia, ma che apparteniamo all’umanità, che tutto il mondo ci appartiene e quindi tutti, in qualche modo, dobbiamo servire.

Lei ha accolto le parole di papa Francesco nella cattedrale di Firenze durante il Convegno della Chiesa italiana nel 2015, che chiedeva una “Chiesa in uscita”, promuovendo un “cammino sinodale”. Come è nato e quali sfide missionarie ha fatto intravedere per la Chiesa di Firenze? Che cosa si aspetta da questo cammino? 

Il cammino sinodale, nonostante alcune difficoltà iniziali, sta coinvolgendo buona parte delle comunità parrocchiali della diocesi. Come chiede il papa, abbiamo messo in moto dei processi, e questo è più importante che individuare subito, affrettatamente, degli obiettivi. Questo percorso ha spinto le comunità che si sono coinvolte, ad approfondire l’insegnamento dell’Evangelii gaudium, che sta diventando un riferimento importante nella loro vita. Stiamo imparando un ascolto reciproco che risulta indispensabile per discernere assieme i passi da fare. Il cammino fatto permette anche di individuare alcuni fermenti in atto: nascono molte domande sul nostro modo di essere Chiesa e come renderlo pertinente alle esigenze attuali; lo sguardo sulla realtà si fa più attento ai reali bisogni che emergono, alle periferie da raggiungere, ai mezzi da utilizzare, alla priorità da dare. Già emergono esperienze significative, nei campi della catechesi, della carità e della presenza sociale. 

Questa prima fase, che potremmo chiamare ad intra, dopo alcune assemblee zonali, si è conclusa con l’assemblea diocesana in cattedrale il 10 novembre scorso, dove sono state proposte alcune esperienze significative, molte in ambito caritativo.

Nell’anno pastorale in corso vogliamo aprire la seconda fase del cammino sinodale, caratterizzata particolarmente dal dialogo con la società civile. Siamo interessati a intercettare le esperienze, i vissuti, le domande, i bisogni di tutti coloro che abitano il nostro territorio e a stabilire con tutti, anche non credenti o appartenenti ad altre religioni, rapporti di rispetto, stima e collaborazione per il bene comune.

La mancanza di vocazioni presbiterali è una triste realtà della maggior parte delle diocesi italiane e pure di Firenze. Come pensa si possano valorizzare di più e meglio i ministeri laicali e il diaconato permanente in diocesi? 

La mancanza di vocazioni presbiterali indica prima di tutto, a mio parere, una profonda e diffusa crisi di fede nel popolo cristiano. È evidente che, se l’esperienza di fede si affievolisce, diventa per così dire superficiale, e le nostre comunità non fanno un’esperienza viva e vera della presenza e dell’autentica salvezza di Gesù, è chiaro che i giovani, non vedendo, non sperimentando la concretezza di una Verità e una Bellezza capaci di affascinarli e conquistarli, non daranno la loro vita a una Chiesa sentita più come organizzazione, struttura, che come sacramento di salvezza. 

Proprio valorizzando, favorendo, coltivando la crescita della fede e quindi anche delle vocazioni presbiterali, potremo valorizzare di più ancora i vari ministeri laicali e il diaconato permanente. Si cresce insieme, non in contrapposizione. D’altra parte, se la responsabilizzazione dei diaconi e laici dovesse essere sostitutiva di quella dei preti, assisteremmo a un processo di clericalizzazione della Chiesa, davvero non auspicabile. Lo spazio per i diaconi e laici nasce dal ricondurre il ministero dei preti alla sua specificità, non assegnando agli altri quello che è loro proprio.

Dal 2012 lei ha avviato la visita pastorale. Quali scoperte e indicazioni riporta da questa esperienza di pastore missionario, perché servano a tutti, ed in modo particolare ai suoi presbiteri, per una maggior apertura a nuovi stili di pastorale e di missione?

Sì, è proprio vero, anche la visita pastorale del vescovo costituisce da sempre il segno di una Chiesa in uscita, con il vescovo che esce, si muove, va a cercare i suoi fedeli dove essi vivono. In questo non ho fatto altro che seguire l’esempio dei miei predecessori, a cominciare dal venerabile card. Elia Dalla Costa, passando dal card. Ermenegildo Florit, dal card. Giovanni Benelli, dal card. Silvano Piovanelli fino al card. Ennio Antonelli. 

Di questa ormai lunga esperienza vorrei sottolineare in particolare due cose. La prima è la ricchezza dell’incontro. Nella visita pastorale il vescovo incontra tutti, preti e laici, ragazzi e adulti, vecchi e malati, famiglie e istituzioni. Una delle cose più significative è l’incontro con i malati, i deboli, quelli che potrebbero sembrare gli ultimi e invece, nella gerarchia del Vangelo, sono i primi. Inoltre, è stata per me un’esperienza molto preziosa l’incontro con i fanciulli dei gruppi di catechismo, come pure la visita nelle scuole, ascoltando le domande dei ragazzi e giovani e dialogando con loro. Sono poi molto lieto della possibilità che mi è stata offerta d’incontrare realtà anche non ecclesiali – di carattere culturale, economico e sociale –,con l’opportunità di annunciare i principi dell’umanesimo cristiano. In questo contesto ho potuto far visita anche a presenze sociali tipiche del nostro territorio come le Case del popolo, a luoghi di lavoro, a residenze per anziani, ricevuto sempre con rispetto, con attenzione e cordialità. La stessa che ho trovato in tutti i Consigli Comunali dei territori visitati, e nessuno di loro ha voluto mancare a questo incontro. Questo stile d’apertura missionaria a realtà, diciamo così, laiche, è anche frutto di una modalità nuova di pastorale che i miei preti per primi mi hanno aiutato a realizzare.

Papa Francesco chiede costantemente che la missionarietà delle giovani Chiese del Sud del mondo diventi il paradigma per la nostra pastorale ordinaria: quale pensa possa essere in questo senso il ruolo del Centro Missionario Diocesano (Cmd)?

Dalle giovani Chiese del Sud del mondo dobbiamo imparare a inculturare il Vangelo nella realtà concreta così come è, perché è in quella che siamo chiamati a operare. Non si tratta di adeguare il Vangelo alla realtà, tanto meno di piegarlo alle circostanze, si tratta però di cogliere e accogliere il dato oggettivo della situazione reale coi suoi condizionamenti e le sue caratteristiche, e in esso realizzare e incarnare il Vangelo di sempre. In questo le giovani Chiese del Sud del mondo hanno forse una parola importante da dire anche a noi, una parola che noi dobbiamo accogliere con umiltà e gratitudine. Mediare queste esperienze per noi è il ruolo del Cmd. In questa attenzione alla realtà concreta, noi Chiese del mondo occidentale, siamo chiamate, in particolare, a promuovere quel delicato equilibrio tra l’esigenza irrinunciabile di annunciare il Vangelo e il rispetto per la libertà di coscienza in una società plurale come la nostra. Missione vuol dire offrire a tutti, nella libertà, la verità e la gioia del Vangelo. La libertà è la condizione essenziale per una fede viva e vera e per un amore autentico e pieno. Nella libertà va poi promosso il dialogo e la collaborazione per il bene comune.



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