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Firenze da sempre è città della pace e crocevia delle culture. È questa forse “l’anima misteriosa” di cui parlava e scriveva p. David Maria Turoldo agli inizi degli anni Sessanta: “L’intelligenza a Firenze è di casa: un fatto popolare, di strade e di pietre, di linee e di colori e di misure. E non si può nemmeno dire che l’anima di Firenze sia euclidea, un gioco di geometrie pure. Firenze è molto umana, completa nel suo essere… Firenze non è solo una città; è un’isola nel mondo, è una civiltà completa dove la stessa fede non è mai disgiunta dalla ragione e pure il fatto mistico è connaturato armonicamente agli sviluppi della dimensione umana sulla linea del divino. Teologia, filosofia, arte, politica, commerci qui trovano sempre la loro sede: tutti valori che compongono, anche oggi, l’anima ricca di questa città, per cui è sola al mondo, irripetibile e inimitabile”.

Solo la voce di un poeta come Turoldo (un non fiorentino) poteva scoprire con questa limpida semplicità l’anima misteriosa di Firenze.

UNA “CITTÀ SUL MONTE”

Ma la figura più rappresentativa del pensiero e dell’azione della “città della pace, crocevia delle culture” è senza dubbio Giorgio La Pira, il sindaco santo, proclamato “venerabile” da papa Francesco il 5 luglio 2018. La sua opera tanto ha nutrito e influenzato positivamente le nuove generazioni.

Firenze doveva, per La Pira, divenire un “faro” a livello internazionale a favore della pace e del processo di unificazione della famiglia umana dei popoli. Non però in maniera dissociata da ciò che si tentava di costruire a livello amministrativo, perché solo una città in prima linea sul fronte dello sviluppo integrale della persona (quindi in prima linea nella lotta per il diritto alla casa, al lavoro, all’istruzione e alla contemplazione) poteva essere una “città sul monte” (e non una città museo, o peggio ancora una città vetrina!). Una città che ricominciava dalle attese dei poveri diventava credibile sede di confronto per la costruzione di un mondo nel quale si affacciavano i popoli nuovi alle prese con il processo di decolonizzazione e nel quale dovevano affacciarsi anche i popoli dell’Est comunista (cosa che La Pira riuscì a fare nel 1955 e non a caso con il Convegno dei Sindaci delle capitali del mondo), a rendersi conto della necessità della libertà per lo sviluppo integrale e duraturo di una società giusta di uomini liberi.

LA CITTÀ, UN ORGANISMO VIVENTE

Nel 1954 La Pira era stato invitato a partecipare ad una sessione del Comitato della Croce Rossa internazionale, impegnata nella revisione del diritto umanitario internazionale. Vi tenne un discorso, rimasto celebre, che fu poi alla base del Convegno dei Sindaci, che convocò l’anno successivo a Firenze. 

A Ginevra, La Pira avanzò una tesi articolata e semplice: le città non vogliono morire e gli Stati non hanno diritto di distruggere le città! Non si trattava di un vuoto slogan, ma della traduzione giuridica di un concetto alto di città. La città, infatti, non è solamente un insieme di strade e ripari, ma è un organismo vivente che dà sostanza ai valori che rendono concreta la possibilità dell’uomo, inserito nella sua comunità, di sviluppare la sua personalità e la sua dignità. Questi valori non espressi attraverso le idee astratte degli ideologi, ma attraverso le piazze, le officine, le scuole, gli ospedali e le cattedrali, le generazioni presenti non li inventano, ma li ricevono dalle generazioni passate e sono chiamati a trasmetterli, arricchiti, alle generazioni future.

IL DIALOGO INTERRELIGIOSO

C’è però un altro punto che riguarda da vicino le città, ed è di estrema attualità (oggi ce ne rendiamo conto meglio che ai tempi di La Pira, che fu in questo davvero un pioniere): il dialogo interreligioso. La Pira aveva cominciato a svolgere il ruolo internazionale di Firenze con la convocazione dei convegni della pace e della civiltà cristiana. Ad essi però non partecipavano solo i cristiani, ma anche musulmani ed ebrei. Così i convegni furono l’occasione per l’elaborazione di una pionieristica prassi di dialogo interreligioso: il Mediterraneo, allora teatro della guerra d’Algeria e delle guerre arabo-israeliane, diventava il centro d’irradiazione di una pace che o sarebbe nata dal dialogo all’interno della Triplice famiglia di Abramo (gli ebrei, i cristiani e i musulmani che a questa figura si riferiscono come al loro capostipite) o non sarebbe avvenuta.

Accanto al dialogo nella Triplice Famiglia di Abramo, il dialogo fra tutte le civiltà teologali, comprendendo quindi anche l’Oriente (La Pira ne parla in un importante discorso che tenne a Beirut nel 1956). Per la Pira il ragionamento era questo: il dialogo interreligioso fondato sul riferimento a Dio e sui valori della trascendenza avrebbe contribuito a ricondurre l’umanità divisa da due ideologie materialiste ed atee (il comunismo marxista e il capitalismo liberista) ad un cammino condiviso sui riscoperti valori dell’uomo integrale e a far valere le ragioni della pace, anche in ordine alla prosperità dei commerci, rispetto alle ragioni della guerra.

LA PRATICA DELL’ACCOGLIENZA

Città della pace, crocevia delle culture, Firenze è stata da sempre anche città dell’accoglienza. Dopo la caduta di Costantinopoli e dell’Impero Romano d’Oriente, il 29 maggio 1453, Firenze divenne un richiamo per tanti studiosi bizantini che giunsero qui per insegnare il greco agli esponenti dell’Umanesimo, il nascente movimento culturale fondato sulla ricerca dell’antico. La comunità bizantina contava in città, sul finire del XV secolo, migliaia di persone. Greci e bizantini contribuirono non poco allo sviluppo dell’Umanesimo e del Rinascimento.

Nei secoli successivi ci sono state a Firenze altre migrazioni. Ricordiamo nell’Ottocento la migrazione inglese, tedesca, polacca, russa. Via via fino ai giorni nostri Firenze ha visto formarsi la comunità albanese, rumena, cinese, filippina e, in questi ultimi anni, ha accolto i migranti dal Medio Oriente e dai paesi dell’Africa subsahariana. 

Polo di attrazione per il suo fascino storico, artistico e culturale Firenze è diventata la casa di tutti.



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