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Traffici di organi: quanto vale la pelle degli altri?

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La voglia di fuga verso l'Europa si paga anche con parti vive del proprio corpo. E talvolta anche contro la volontà degli interessati. Eppure, l'Occidente fa finta di non sapere… .

È comodo stracciarsi le vesti per i giovani corpi messi in vendita sotto casa, ma di fronte a questo altrettanto orribile traffico si stenta a levare un grido di sdegno. Forse ne abbiamo troppo bisogno.


Bastano duemila dollari in prestito per tentare il grande salto dalla Moldovia o dall’Ucraina all’Europa, quella con la E maiuscola. Basta la promessa di un "passatore" per dare inizio al calvario di centinaia di donne e uomini, culturalmente preparati e quindi difficilmente disposti a rimanere nel limbo dell’economia moderna.

La devastazione economica, politica e morale, emersa appena si sono diradate le polveri del crollo del sistema sovietico, non ha lasciato via di scampo a molte persone del ceto medio della società del socialismo reale: umiliarsi nella ricerca di un nuovo padrone, spesso colluso con organizzazioni di potere occulto e mafioso, o cercare quegli spazi di libertà e di autorealizzazione che l’Occidente per cinquant’anni ha rinfacciato all’Est dell’Europa.

Questa voglia di fuga, questa lotta per la sopravvivenza, che ti fa avvinghiare, denti ed unghie, alla zattera della vita, viene pagata non solo con denaro, ma anche con una parte viva del proprio corpo. Ha fatto scandalo la notizia degli autobus che percorrendo le strade della Moldovia, dell’Ucraina e della Romania, si recano a Sofia o a Istanbul portando giornalmente organi freschi, ancora nella loro sede naturale, per trapianti garantiti, senza lunghe liste di attesa.

Le cliniche hanno fame di affari e le persone ricche non vedono l’ora di comprarsi un pezzo della tua vita per potersi godere alla grande le proprie disponibilità economiche.

Tanto più che la medicina ritiene che il trapianto di organi tra vivi sia soggetto a meno pericoli di rigetto.

Ma tanto fa, la carne umana dell’Est non gode di apprezzabile quotazione sui mercati internazionali, per cui tutto sommato che finisca in fabbrica, sulla strada o in un corpo altrui - purché pagata - è sempre meglio di niente. Sì perché vi sono anche giovani uomini e donne che, pur sentendo la vergogna della fame, non sono disposti a privarsi degli organi che madre natura ha dato loro.

Ma, loro malgrado, c’è qualcuno che tenta ugualmente di fare affari con la loro pelle, nel senso più crudo dei termini. L’opinione pubblica non sa che, accanto agli autobus di Istanbul, vi sono anche gli aerei e i motoscafi puntati dritti verso l'Italia, con a bordo, anche in questo caso, organi freschi e vivi; e i padroni di questi organi non sanno che un mattino si sveglieranno, sempre se avranno la fortuna di svegliarsi, alleggeriti di un rene o di qualcos’altro.

TRAFFICANTI DI ORGANI

Due ragazze moldave e un ragazzo rumeno sono sopravvissuti a tale orrore. Ma non hanno denunciato nessuno sia perché non conoscono le generalità dei loro aguzzini, sia perché temono ritorsioni sui propri famigliari. Il loro viaggio parte da Timisoara, in Romania. Raggiungono in taxi Belgrado; e da qui, in aereo, il Montenegro, dove i passatori moldavi e rumeni consegnano le vittime agli albanesi. A notte fonda passano in barca il confine montenegrino albanese, solcando le acque scure del lago di Scutari. In mezzo al lago l’imbarcazione però si ferma e i due passatori si fanno consegnare tutti i soldi e i gioielli, minacciando le vittime con dei coltelli. Solo una delle 4 persone clandestine riesce a salvare i 200 dollari che si era cucita nel bavero del cappotto. In seguito finiscono rinchiusi in una stanza-laboratorio, vicina ad una clinica chirurgica dell'omonima città.

Una ragazza, di professione infermiera, insospettita dal luogo, incomincia a frugare e in alcuni cassetti trova una quantità anomala di farmaci, tra questi soprattutto fiale per le anestesie. In un altro cassetto trova bisturi, siringhe e guanti da sala operatoria; in un secchio vengono rinvenuti guanti macchiati di sangue. Presi dalla disperazione, sfondano una finestra e ancora in piena notte si danno alla fuga. Pensando di essere in Italia, parlano italiano e chiedono aiuto ad una donna, che pur non capendo la lingua è probabilmente abituata ad incontri del genere, per cui, aiutandosi con dei disegni tracciati sull’asfalto, fa capire loro di essere in Albania e sconsiglia vivamente gli sventurati dal rivolgersi alla polizia locale, troppo spesso beneficiaria di tale attività clandestina.

A questo punto s'accorgono di essere stati venduti a trafficanti di organi. Arrivati a Tirana grazie all’aiuto della popolazione, chiedono sostegno prima all’ambasciata russa e poi a quella rumena, senza risultati. Solo l’ambasciata di Macedonia li aiuta a ritornare in Moldovia. Attualmente, con un secondo tentativo andato a buon fine, sono arrivati in Italia.

Tale caso fa nascere il sospetto che diversi di questi organi possano raggiungere anche l’Italia. Ed è strano che i valorosi guerrieri dell’Onu e della Nato non siano al corrente di questo mercato clandestino, che sembra interessare buona parte dell’area balcanica. Come è altrettanto strano che i governi occidentali non affrontino con decisione le bande mafiose che stanno succhiando il sangue a migliaia di disperati. Al contrario: più vengono innalzate barriere contro l’immigrazione illegale dall’Est, riducendo le possibilità di una emigrazione legale, più le casse dei mafiosi si rimpinguano e sempre più esseri umani vengono abbandonati alla mercé di bande di schiavisti senza scrupoli.

Probabilmente oltre al silenzio calato sull’umanità che giace ormai per sempre sul fondo del canale di Otranto o dello stretto di Gibilterra, si vuole tacere anche su questa umanità dolente che è diventata vera e propria carne da macello. Certo, la mediocrità contraddistingue il nostro tempo: è comodo stracciarsi le vesti per i giovani corpi messi in vendita sotto casa, spesso povere sindoni di giovinezze sfregiate, ma di fronte a questo altrettanto orribile traffico si stenta a levare un grido di sdegno. Forse abbiamo troppo bisogno della pelle degli altri.



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