MISSIONARI UOMINI E DONNE NUOVI / INTERVISTA A PADRE MEO ELIA
CON IL PADRE MEO ELIA, SAVERIANO, VENUTO A MANCARE IL 7 LUGLIO SCORSO, AVEVO UN DEBITO DI RICONOSCENZA. LA LETTURA DEL SUO “UOMINI NUOVI PER LA NOVITÀ CRISTIANA” (GRIBAUDI 1967), NELLA MIA GIOVINEZZA, MI APRÌ PROSPETTIVE INEDITE. SONO PASSATI MOLTI ANNI. L’HO INTERVISTATO IL 25 NOVEMBRE 2023, MENTRE PASSAVO NELLA SUA COMUNITÀ DI DESIO. SI È MOSTRATO SUBITO DISPONIBILE A RACCONTARE. ORIGINARIO DI VILLAFRANCA PIEMONTE (TO), MEO ERA ENTRATO NEI SAVERIANI A VENT’ANNI DAL SEMINARIO DI TORINO. ORDINATO PRETE NEL 1960, FU DESTINATO ALLO CSAM (CENTRO SAVERIANO DI ANIMAZIONE MISSIONARIA) DI PARMA, DIVENTANDO DIRETTORE DEI SUSSIDI DI “SPIRITUALITÀ MISSIONARIA” DI “FEDE E CIVILTÀ” E POI DELLA STESSA RIVISTA. QUI LA PRIMA PARTE DELL’INTERVISTA, CHE COPRE IL PERIODO 1960-1969, FINO ALLA PARTENZA PER L’AFRICA. NEI PROSSIMI NUMERI LA CONTINUAZIONE.
Come è cominciato il suo impegno apostolico?
Appena dopo l’ordinazione, nell’ottobre 1960, sono stato destinato allo CSAM, come aiutante di p. Walter Gardini, direttore responsabile di Fede e Civiltà, l’attuale Missione Oggi, e in seguito come collaboratore di Missionari Saveriani. All’inizio ero incaricato anche dei giovani e delle visite ai Seminari, insieme ad altri saveriani, che tornavano a casa con molti indirizzi di seminaristi che dicevano di aver scoperto la vocazione missionaria e di cui curavo la corrispondenza.
Quando la rivista passò di mano – da Gardini a p. Vittorino C. Vanzin –, il vecchio direttore si dedicò ai sussidi di Spiritualità missionaria, un’appendice della stessa rivista, cui ci si poteva abbonare anche a parte. Io curavo una rubrica dei sussidi, scrivendo articoli concatenati.
Questo suscitò l’interesse dell’editore Piero Gribaudi, di Torino, che mi propose di scrivere qualcosa per lui. “Qualcosa di nuovo, no – gli risposi –, ma se vuole posso mettere insieme gli articoli già pubblicati, ritoccandoli e integrandoli un po’”. Gribaudi concordò. Eravamo nel 1966 [il libro Uomini nuovi per la novità cristiana uscì l’anno seguente: n.d.r.]. L’editore mostrò i miei scritti a don Giovanni Barra, di Pinerolo, che li trovò un po’ densi, ma validi. Per l’imprimatur Gribaudi fece riferimento al vescovo di Parma, Evasio Colli, che chiese di fare il censore all’abate benedettino di S. Giovanni Evangelista. Ero all’oscuro di questa manovra, quando l’abate mi mandò a chiamare e, con le bozze in mano, mi disse: “Mi è stato chiesto di leggerle. Devo confessare che ho iniziato con molti pregiudizi (del tipo, ma chi è questo ragazzo che osa scrivere di teologia, di spiritualità ecc.?). Dopo una decina di pagine mi sono ricreduto, ho capito il tono: non voleva essere un testo di teologia, ma qualcosa di divulgativo, però molto serio. Sono contentissimo, non cambi una riga. Dirò al vescovo che va tutto bene”.
In che cos’altro consisteva il suo lavoro allo CSAM?
Facevamo molte mostre vocazionali, con p. Ernesto Tomè, esponendo anche i nostri sussidi e opuscoli, come il libro di Gardini, Hanno scelto Cristo, in fondo al quale c’era una mia appendice, ancora del tempo di studente, in cui raccontavo la vita e lo spirito degli studenti di teologia saveriani di Parma. Più di qualche saveriano, è il caso di p. Gianni Zampini, ha scoperto la vocazione missionaria leggendo quelle pagine, magari dopo aver “rubato” il libro – è lo stesso Zampini a confessarlo – in mostra.
Nel frattempo i sussidi di Spiritualità missionaria incontravano molto favore, in particolare nei Seminari; ogni anno gli abbonati aumentavano, a differenza di Fede e Civiltà, diretta da Vanzin, diventata una rivista di studio, monografica, pesante da leggere.
A un certo punto, Vanzin organizzò un incontro con una decina di saveriani – tra i quali il p. Arnaldo Rigodanza, laureato in giornalismo – per valutare la situazione, anche economica, visto che a marzo erano già finiti i soldi degli abbonamenti. Qualcuno propose che Fede e Civiltà diventasse tutta Spiritualità missionaria. Dopo qualche giorno, Vanzin mi chiamò indicandomi come nuovo direttore della rivista con la facoltà di scegliere i collaboratori di mio gradimento.
Così è nato il primo gruppo redazionale della rivista...
Sì, contattai anzitutto la coppia Marco e Anna Maria Bertè, già collaboratori di Spiritualità missionaria. Eravamo nel 1966 e continuai come direttore fino a dicembre 1969. Tra i collaboratori: d. Pino Setti, allora vice-parroco di Santa Maria della Pace; Achille Canali, un giovane impiegato nel sindacato; Paolo Boer, un giovane avvocato; Giovanni Riva, che si interessava di politica, arrivato al gruppo attraverso la moglie ecc. Il nostro biblista era d. Gianni Pizzaferri, fresco di studi romani e uomo di profonda spiritualità, che negli incontri redazionali ci spiegava gli Atti degli Apostoli, favorendo in tal modo una condivisione di valori e la crescita di uno spirito comune.
Intanto continuavo a curare la mia rubrica di Spiritualità missionaria. Era il tempo della guerra in Vietnam, del Biafra e del Terzo Mondo “defraudato”, ma anche dei primi passi della teologia della liberazione. Il gruppo redazionale era molto schierato, con forti argomentazioni bibliche. Un paio di volte la rivista dei Dehoniani di Bologna, Il Regno, pubblicò le sintesi della nostra riflessione.
Partecipavo volentieri a incontri sui temi della rivista, in varie parti d’Italia. Dedicammo un numero intero, più ampio del solito, alla “Parrocchia missionaria”, con un mio lungo articolo sull’aspetto comunitario della missione, in linea con gli Atti degli Apostoli. La rivista veniva stampata dalla tipografia Silva, con Giuseppe Mattioli, l’attuale parroco della parrocchia dello Spirito Santo di Parma, come aiuto per la grafica.
Quali erano le idee che le stavano più a cuore in quel tempo?
Molto forte era l’idea della missione vissuta come comunità. Infatti, avevo chiesto la presentazione del mio Uomini nuovi per la novità cristiana a d. Luigi Giussani, che a Milano stava iniziando “Gioventù studentesca” ed accentuava la dimensione comunitaria.
Forte era anche l’idea della cattolicità: essere cristiani vuol dire essere inviati al mondo, strutturalmente inviati, o, come si dice oggi, “discepoli missionari”. Cattolico significa aperto a tutti, senza esclusioni. La recensione del mio libro su La Civiltà Cattolica, di p. Domenico Mondrone, evidenziava positivamente questa dimensione.
Inoltre, l’idea della concretezza, cioè di una spiritualità che si incarna nei problemi reali che la vita e la storia presenta. In altre parole, la missione vissuta nella concretezza, fianco a fianco delle persone e intrecciata con i loro problemi. Incarnazione e cattolicità sono componenti costitutive della novità cristiana.
Questi erano temi macinati nel gruppo redazionale e negli incontri con i giovani in giro per l’Italia. A un certo punto, d. Setti propose di trattare il tema “Uscita di sicurezza”, a partire da Ignazio Silone, comunista critico, che riuscii poi a intervistare a Roma. Era ormai anziano, assistito da una badante, ma lucido. Gli spiegai chi eravamo, le nostre domande e gli consegnai alcuni numeri della rivista. Mi disse di tornare di lì a qualche giorno. Le sue risposte erano brevi ma, in compenso, mi allungò il primo capitolo del suo libro in via di pubblicazione, L’avventura di un povero cristiano, dove raccontava la sua storia e l’incontro con don Orione. Congedandomi, mi disse: “Ho letto alcuni articoli della sua rivista. Se io avessi conosciuto quand’ero giovane una rivista così, forse la mia vita sarebbe stata diversa”.
Sulla guerra in Vietnam il gruppo aveva posizioni chiare, che però lasciavano perplesso il vescovo di Parma e alcuni saveriani, soprattutto degli Stati Uniti, che si lamentavano perché Fede e Civiltà – secondo loro – era schierata contro gli Usa. Infatti, quando, nel 1969, proposi alla Direzione Generale dei saveriani di partire in missione con un gruppo di laici, mi fu risposto subito di sì.
Quindi ha deciso di lasciare le stampe e di partire in missione...
Allora era superiore generale mons. Gianni Gazza, già vescovo di Abaetetuba, in Brasile, e, tra i consiglieri generali, c’era p. Augusto Luca. Mi fu chiesto di far loro revisionare ogni numero della rivista prima della pubblicazione. Mi rifiutai, con la giustificazione che era meglio che la Direzione Generale mandasse uno dei consiglieri, magari lo stesso p. Luca, che aveva esperienza di stampe, a partecipare agli incontri del gruppo redazionale. Di fatto, p. Luca venne, non proferì verbo, ma capì la logica del gruppo.
In quel tempo, ero chiamato spesso a tenere conferenze in giro per l’Italia. Mi invitarono anche allo Studentato Teologico dei saveriani, a Parma, di cui era rettore e magister spiritus p. Amato Dagnino. Dopo la conferenza sull’aspetto comunitario della missione, due studenti mi manifestarono la loro disponibilità a partire in missione insieme, per vivere questo stile comunitario. Dopo qualche giorno, però, di ritorno dalla Casa Madre delle Missionarie di Maria/Saveriane, venne nel mio ufficio allo CSAM p. Dagnino, ancora con il casco della moto in testa. Mi disse che stavo distruggendo la comunità dello Studentato. Allora feci sapere ai due studenti interessati alla proposta di lasciar perdere, vista la reazione negativa del loro rettore.
Cosa successe dopo quel diniego?
Sembrava tutto finito, quando, non ricordo quanto tempo dopo, arrivò da Milano, indirizzata da d. Giussani, una ragazza di “Gioventù studentesca”, Letizia Vaccari, laureata in lettere, con il desiderio di farsi missionaria, non in un istituto religioso e neanche come volontaria. Le diedi l’indirizzo delle Saveriane di Parma e dopo qualche tempo chiesi loro se si fosse presentata. Mi risposero di no. Non era quello che lei voleva.
Dopo un mese o due, venne un secondo giovane, Ezio Castelli, ingegnere, in divisa da aviatore. Mi disse più o meno le stesse cose. Gli indicai alcuni gruppi di laici missionari, ma non era ciò che cercava.
Quando poi – era appena uscito il numero sulla “Parrocchia missionaria” con il mio articolo sulla dimensione comunitaria della missione – andai a Cesena a parlare proprio di questo, su invito di un bel gruppo di “Gioventù studentesca”, si presentò una ragazza, Paola Pieraccini, anch’essa laureata o laureanda, non ricordo bene. Era una delle animatrici del gruppo e mi disse che era proprio quello che cercava e voleva vivere. Mentre tornavo in treno a Parma, era il 19 marzo, festa di S. Giuseppe, riflettevo su questi incontri e mi chiedevo: perché non proviamo a mettere insieme queste nuove richieste di missione? Scrissi a tutti e tre i giovani interessati e ne parlai con il saveriano p. Piergiorgio Bettati, che mi segnalò un’altra ragazza, Emma Gremmo, già postulante delle saveriane. Andammo a trovarla a Biella, presentandole la proposta, cui aderì subito con entusiasmo. Cominciammo ad incontrarci e, cammin facendo, si aggiunsero altri giovani, tra cui Luisa Flisi e Maria Salati.
Ci incontravamo mensilmente, tra Fidenza e Fiorenzuola, per tutto il giorno. Presentavo due temi: il primo, biblico, studiando il Vangelo di Matteo in maniera approfondita, usando il commento di Pierre Bonnard; l’altro, più filosofico-teologico, per capire la mentalità religiosa bantu, usando la Philosophie bantoue di p. Placide Tempels.
Presentai, oralmente, la proposta al superiore generale, mons. Gianni Gazza, che si dichiarò favorevole, meno che per la destinazione, vista la sua esperienza in Brasile: “Ma perché non pensi all’Amazzonia?”, mi disse. Gli risposi che pensavamo al Congo, anche perché p. Aldo Vagni, economo della diocesi d’Uvira, in Italia per cure, ci stava orientando concretamente al paese africano: “Potresti realizzare questa proposta nella valle dell’Elila, dopo Kitutu”, mi disse quando andai a visitarlo in ospedale.







